Alida Priori: Teoria ibrida

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Con UNLØCK – Decoding Art, Alida Priori costruisce un nuovo modo di leggere le opere: non più separate da epoche o categorie, ma unite da affinità profonde tra arte, design e collezionismo.

Ci sono figure che attraversano il sistema dell’arte seguendo traiettorie prevedibili e altre che preferiscono costruire connessioni dove, apparentemente, non dovrebbero esistere. Alida Priori appartiene decisamente alla seconda categoria.

Curatrice, art advisor e mercante d’arte, Alida Priori si è ritagliata negli ultimi anni uno spazio originale all’interno della scena milanese, sviluppando un approccio che mette continuamente in dialogo moderno, contemporaneo, arte antica e design. Un percorso tutt’altro che lineare, nato tra l’Accademia di Brera, la moda e l’editoria, fino ad approdare a una pratica curatoriale che rifiuta le tradizionali compartimentazioni disciplinari.

Vanitas

Il progetto che sintetizza meglio questa visione è UNLØCK – Decoding Art, piattaforma curatoriale che invita a “decodificare” le opere liberandole dai confini cronologici e stilistici, per far emergere relazioni fondate sulla qualità, sulla ricerca e sulla forza delle idee. Un metodo che trova applicazione tanto nelle mostre dedicate ai maestri del Novecento quanto nei dialoghi con il design contemporaneo, coinvolgendo gallerie e realtà di primo piano e contribuendo a costruire nuove narrazioni per il collezionismo.

In un momento in cui il mercato appare sempre più selettivo e il gusto dei collezionisti si orienta verso raccolte trasversali e culturalmente coerenti, la sua prospettiva offre uno spunto interessante anche per riflettere sul ruolo del curatore e dell’art advisor. Più che limitarsi a selezionare opere, oggi queste figure sono chiamate a costruire contesti, interpretazioni e connessioni capaci di generare valore culturale prima ancora che commerciale.

Per questo abbiamo voluto incontrare Alida Priori. Per capire come si costruisce uno sguardo realmente interdisciplinare, quale futuro attenda il rapporto tra arte e design e perché, forse, le categorie con cui abbiamo letto il collezionismo negli ultimi decenni abbiano ormai bisogno di essere riscritte.

Alida Priori: Private collection

Formazione e traiettoria personale.

Giacomo Nicolella Maschietti: Il tuo percorso professionale si muove tra curatela, art advisory e progetti espositivi che dialogano spesso con il design: quali sono le tappe formative e le esperienze che hanno definito davvero il tuo modo di leggere l’arte oggi? Raccontaci qualche mostra di cui sei particolarmente fiera

Alida Priori: In realtà il mio percorso è stato più circolare che lineare. La mia formazione nasce all’Accademia di Belle Arti di Brera, ma il primo ambito professionale in cui ho imparato a leggere l’estetica, i materiali e la cultura visiva è stato quello della moda. Dopo un’esperienza nell’editoria e gli studi in Fashion Merchandising alla University of the Arts London, ho capito che l’arte non era mai uscita davvero dal mio orizzonte: era il linguaggio a cui, prima o poi, sarei inevitabilmente tornata.

Ho iniziato occupandomi di ultra-contemporaneo, lavorando a stretto contatto con artisti e giovani gallerie. Da lì il mio interesse si è progressivamente ampliato verso il moderno italiano del secondo dopoguerra, dove ho iniziato a operare come art advisor, affascinata dalla straordinaria ricchezza di quella stagione artistica. Solo più recentemente ho intrapreso l’attività di mercante, avvicinandomi all’arte antica e iniziando ad acquistare direttamente le opere. Quest’ultimo passaggio è nato soprattutto dal confronto quotidiano con il mio socio Matteo Lakos, antiquario da oltre vent’anni. Non l’ho vissuto come un cambio di direzione, ma come una naturale evoluzione.

Credo che un’opera vada letta per la sua forza, non per la sua datazione. Un dipinto del Seicento, un’opera del secondo dopoguerra, una ricerca ultra-contemporanea o un oggetto di design possono dialogare tra loro quando condividono la stessa tensione estetica, concettuale o spirituale.

È questa la visione che guida il mio lavoro e che cerco di tradurre in ogni progetto curatoriale.

È questa filosofia che ha dato vita a UNLØCK – Decoding Art, un progetto nato dalla convinzione che le opere acquistino nuovi significati quando vengono liberate dalle tradizionali categorie storiche e messe in relazione attraverso affinità profonde, anziché semplici vicinanze cronologiche.

Ripensando agli ultimi anni, ci sono alcuni progetti che considero particolarmente rappresentativi del mio percorso. La mostra Essere e Tempo, dedicata a Vincenzo Agnetti presso BKV Fine Art, è stata l’occasione per riflettere sul rapporto tra linguaggio, memoria e tempo, offrendo una lettura trasversale del suo pensiero. VANITAS, con sculture neoclassiche e gioielli d’artista, ha esplorato il tema della caducità mettendo in dialogo opere e materiali appartenenti a epoche diverse. La ricerca sviluppata intorno ad Arturo Vermi insieme ai giovani designer di NM3, ospitata da Brun Fine Art, mi ha permesso di indagare il rapporto tra arte e design, mentre MAGMA, la recente mostra di Roberto Aponte alla BABS Art Gallery, ha rappresentato un progetto immersivo in cui materia ceramica e forma concorrevano a costruire un’unica esperienza percettiva.

Credo che oggi il ruolo del curatore non sia semplicemente quello di esporre opere, ma di creare connessioni inedite, capaci di offrire al pubblico nuovi strumenti di lettura e di dimostrare che la storia dell’arte è, prima di tutto, un dialogo continuo tra idee, sensibilità e tempo.

Alida Priori: Art Basel

Confine tra arte e design

GNM: Molte tue mostre lavorano su un territorio “ibrido”, dove oggetto, spazio e opera si confondono. Oggi questo confine è ancora produttivo o rischia di diventare una categoria estetica già codificata dal mercato?

AP: Credo che questo confine sia già stato, almeno in parte, codificato dal mercato.

L’espressione collectible design, nata per identificare una specifica ricerca progettuale legata alla produzione in tiratura limitata o in pezzi unici, oggi viene spesso utilizzata in modo indiscriminato. È diventata quasi un’etichetta di tendenza, applicata con troppa facilità a oggetti molto diversi tra loro, generando non poca confusione, soprattutto per chi si avvicina al collezionismo.

Il rischio è quello di sovrapporre due mondi che, pur dialogando continuamente, rimangono distinti. Arte e design condividono sensibilità, ricerca e linguaggi, ma nascono da presupposti diversi e rispondono a logiche differenti. Anche quando ci troviamo di fronte a un pezzo unico o a un’edizione estremamente limitata, non credo sia corretto assimilare automaticamente il design all’arte. Il valore culturale di un progetto non dipende dalla sua unicità, ma dalla natura della ricerca che lo ha generato.

Per questo, più che chiedermi dove finisca il design e dove inizi l’arte, mi interessa capire quale dialogo possa nascere tra le opere. È il principio che guida anche il lavoro di UNLØCK – Decoding Art. Non costruisco mostre partendo dalle categorie, ma dalle relazioni. Se un mobile di Gio Ponti, una scultura neoclassica e un’opera contemporanea riescono a rafforzarsi reciprocamente, allora il progetto curatoriale funziona.

Il design, per me, non è un’estensione del mercato dell’arte, né un suo sottogenere. È una disciplina autonoma, con una propria storia, una propria cultura e propri criteri di lettura. Proprio per questo il dialogo con l’arte diventa interessante: non perché le due realtà si confondano, ma perché, rimanendo profondamente diverse, riescono ad arricchirsi a vicenda.

VERMI+NM3

Stato di salute del mercato

GNM: Guardando al 2026, che tipo di mercato stai vedendo da dentro: più selettivo, più speculativo o finalmente più maturo? E quali segmenti mostrano maggiore solidità?

AP: Direi che il mercato oggi è decisamente più selettivo, ed è un cambiamento che considero positivo, anche se rende il lavoro di noi mercanti molto più complesso.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una fase estremamente veloce, in cui la componente speculativa ha spesso prevalso sulla qualità della ricerca artistica. Oggi, invece, percepisco un ritorno a un collezionismo più consapevole: chi acquista studia di più, verifica le provenienze, approfondisce la bibliografia, valuta la rarità delle opere e la coerenza del percorso degli artisti. 

È un mercato meno impulsivo e più esigente, che richiede maggiore competenza da parte di tutti gli operatori. Questo non significa che la speculazione sia scomparsa. Esistono ancora autori del moderno le cui quotazioni sono sostenute da dinamiche di mercato che, a mio avviso, non sempre riflettono il loro reale peso storico-critico. Ma il mercato, per sua natura, vive anche di cicli, aspettative e investimenti: è una componente fisiologica del sistema, che va distinta dal collezionismo nel suo significato più autentico.

Continuo a vedere una notevole solidità nel moderno italiano, soprattutto negli artisti ormai pienamente storicizzati, così come nel design italiano del dopoguerra.

Anche il contemporaneo conserva un enorme potenziale, ma credo stia attraversando una necessaria fase di selezione. Alla lunga rimarranno gli artisti che hanno costruito una ricerca solida e coerente, non quelli che hanno beneficiato esclusivamente della velocità del mercato o dell’entusiasmo di una stagione.

Alla fine, il mercato può seguire le proprie logiche ma il tempo continua a essere il miglior critico. 

MAGMA

Giovani vs establishment

GNM: Nel dialogo tra artisti emergenti e nomi storicizzati, dove vedi oggi il vero valore? Ci sono tre giovani artisti o designer su cui stai puntando concretamente e che ritieni sottovalutati dal mercato?

AP: Credo che il vero valore nasca quando esiste una ricerca autentica e coerente nel tempo.

Non è una questione di età né di notorietà.

È interessante lavorare con artisti viventi, permette di costruire un dialogo diretto e costruire insieme i progetti espositivi ma allo stesso tempo continuo a pensare che gli artisti storicizzati abbiano ancora molto da raccontare, soprattutto quando vengono riletti con strumenti contemporanei.

Più che indicare tre nomi, preferisco parlare di metodo. Cerco artisti che abbiano una necessità espressiva prima ancora che una strategia di mercato. È una differenza che, nel lungo periodo, il collezionismo più attento riesce sempre a riconoscere.

VANITAS

Collezionismo e gusto italiano

GNM:Il collezionismo italiano è ancora legato a un gusto “classico” o sta davvero cambiando? Che tipo di collezionista incontri più spesso oggi e cosa sta cercando davvero quando compra arte o design?

AP: Negli ultimi anni il collezionismo italiano ha attraversato una profonda evoluzione, passando da un approccio prevalentemente legato alla tradizione e al rapporto di fiducia con galleristi e antiquari a una maggiore consapevolezza e selettività. Oggi i collezionisti acquistano meno, ma con maggiore attenzione alla qualità, alla provenienza e alla rilevanza storico-artistica delle opere.

Vedo categorie meno rigide rispetto al passato e sempre più collezioni che raccontano una visione personale privilegiando raccolte coerenti e trasversali che mettono in dialogo antico, moderno, contemporaneo e design. Il valore dell’opera non risiede più soltanto nel suo potenziale economico, ma nella sua capacità di raccontare una storia e di inserirsi in un progetto collezionistico di lungo periodo. 

È un approccio che condivido molto, perché restituisce al collezionismo una dimensione più libera, costruita sulla qualità e sulle relazioni tra le opere piuttosto che sulle etichette.

Il collezionista che incontro oggi cerca certamente un investimento, ma cerca anche contesto, qualità e coerenza. Vuole capire perché un’opera è importante, quale storia racconta e quale ruolo può avere all’interno della propria collezione. Credo che le raccolte più interessanti siano proprio quelle che nascono da una visione culturale prima ancora che da una logica di mercato.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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