La presenza di Luigi Solito nel panorama artistico napoletano si articola oggi su tre direttrici ben distinte e complementari. Il suo percorso inizia nel 2010 con l’apertura dello Spazio Nea a Piazza Bellini, un innovativo format ibrido tra art caffè, bookshop e galleria, divenuto rapidamente un crocevia vitale per la rinascita culturale del centro storico.
L’evoluzione della sua ricerca sul mercato primario ha trovato la sua dimensione ideale all’interno dell’Ex Lanificio a Porta Capuana, un affascinante complesso post-industriale dove gli artisti sono chiamati a realizzare imponenti produzioni site-specific in dialogo con le complessità sociali e architettoniche del borgo. A queste due realtà si aggiungerà presto un nuovo spazio a Piazza dei Martiri, focalizzato sul private sales e la gestione delle collezioni.
In questa intervista, Luigi Solito traccia un bilancio lucido e privo di filtri sul sistema dell’arte contemporanea: dal successo della recente programmazione curata con Massimiliano Scuderi, alla necessità per le gallerie di presidiare il mercato secondario per competere con le case d’asta, fino alla scelta coraggiosa di adottare una comunicazione a “rilascio lento” come antidoto alla superficiale “malattia del nuovismo” che affligge le fiere e il mercato odierno.
Le tre anime del progetto: dal primo al secondo mercato
GF: Come si sta strutturando oggi la tua attività a Napoli?
LS: In questo momento ho tre realtà distinte. C’è lo Spazio Nea a Piazza Bellini, aperto nel 2010, che mantengo come centro di aggregazione puro, un crocevia tra l’Accademia, il Museo e il Conservatorio. Poi c’è la galleria principale all’Ex Lanificio, basata esclusivamente sul primo mercato, sulla ricerca e sulla produzione di mostre ed editoria per l’arte. Infine, sto affiancando a questa ricerca un nuovo progetto a Piazza dei Martiri che si occuperà principalmente della gestione di importanti collezioni, private sales e intermediazione con le grandi case d’asta. Sto cercando di non “inquinare” il progetto culturale principale della galleria, facendo un distinguo netto con questa nuova sede.
GF: Unire il mercato primario e della ricerca a quello secondario sembra una strada ormai necessaria per sopravvivere.
LS: È fondamentale. Oggi le case d’asta la fanno un po’ da padrone, sia per chi compra che per chi vende. L’unica alternativa che le gallerie hanno per difendersi è usare la propria competenza per tutelare gli artisti. Noi possiamo fare un lavoro di consulenza, di dossieraggio accurato su artisti storicizzati (come Carol Rama, Salvatore Emblema, Baruchello) per valorizzarli correttamente e proporli alle case d’asta con le giuste tempistiche, magari creando aste tematiche studiate. Se le piccole e medie gallerie restano ancorate all’élite e non si aggiornano, verranno spazzate via.
Dal fondo di Napoli alla sfida dell’Ex Lanificio
GF: Come nasce il progetto espositivo all’Ex Lanificio?
LS: Nasce in pieno Covid, nel 2020. Avevo aperto lo Spazio Nea nel 2010, nel momento più basso per Napoli, con le montagne di spazzatura, e quel luogo contribuì alla rinascita del centro storico collaborando anche alla rianimazione del museo Madre con Andrea Viliani. Quando è scoppiata la pandemia, Maurizio Morra Greco mi propose di portare a Napoli il progetto della casa di Rosa Parks con l’artista Ryan Mendoza; non potevo farlo al Nea, così mi sono fatto dare questo spazio all’Ex Lanificio dai precedenti gestori e abbiamo inaugurato la galleria con un successo straordinario.
GF: Qual è il filo conduttore che unisce gli artisti che inviti a esporre oggi?
LS: Sono principalmente artisti che accettano la sfida del borgo Lanificio e del quartiere di Porta Capuana. Il Lanificio è il primo esempio di architettura post-industriale rigenerata in città. Qui convivono artisti, ballerine di danza contemporanea, storici artigiani corniciai e realtà come la cooperativa Dedalus, che si occupa di scolarizzare ragazzi in difficoltà o donne uscite dal giro della prostituzione. Noi invitiamo gli artisti in visita, li facciamo immergere nella parte culturale della città e nelle profonde contraddizioni di questo luogo. Le produzioni diventano così interventi site-specific che restano nella storia dell’edificio.
Le mostre site-specific e la programmazione attuale
GF: Questa forte impronta curatoriale sta portando a produzioni molto imponenti.
LS: Lavoriamo da un anno con il curatore Massimiliano Scuderi e la programmazione è ambiziosa e richiede budget cospicui. Abbiamo inaugurato con cinque artiste, tra cui Eva Gold, che ha recuperato i materiali di un piano disabitato del Lanificio che negli anni ’70 ospitava un bordello, creando una grande installazione in una chiesetta del cortile. Ora abbiamo in corso la mostra del collettivo Claire Fontaine, che ha realizzato una gigantesca installazione nella navata e nel corridoio, con neon e lampadine che pulsano in codice Morse. A settembre inaugureremo Melanie Matranga e chiuderemo l’anno con Leyla Aydoslu, sempre con opere prodotte specificamente per la galleria.
La malattia del “nuovismo” e la comunicazione a rilascio lento
GF: Di fronte a una ricerca così complessa e costosa, come si fa a far emergere il proprio lavoro dal rumore di fondo del mercato?
LS: Abbiamo deciso di adottare una comunicazione a “rilascio lento”. Oggi c’è la malattia del “nuovismo”: tutti corrono dietro al nuovo fenomeno del momento, una tragedia che affligge l’arte ma anche la politica o la moda. Tutto brucia velocemente per colpa dei like e della comunicazione immediata. Noi cerchiamo di creare un’attesa, di proporre cose inaspettate che si comprendono nel tempo. Da imprenditore so che nell’immediato può sembrare un errore, ma stiamo intercettando l’interesse profondo di direttori di musei, grandi fondazioni e addetti ai lavori.
GF: Anche perché il sistema classico delle fiere sembra mostrare delle crepe, sebbene nessuno voglia ammetterlo.
LS: C’è questa malattia del “va tutto bene” a tutti i costi. Vai in fiera, vedi le stesse opere dell’anno prima e ti dicono che hanno venduto tutto, anche se non è vero. Un tempo le fiere rappresentavano un elemento di novità, oggi hai già visto tutto nei PDF in anteprima o sui social. Certo, restano fondamentali per il networking e per non sparire dai radar del sistema, ma i modelli di vendita sono cambiati profondamente e non possiamo più limitarci ad aspettare il cliente dietro la scrivania con la puzza sotto il naso.

Riscrivere le regole: tra pragmatismo finanziario e ricerca radicale
L’analisi di Luigi Solito offre uno spaccato estremamente onesto sulle sfide che le gallerie italiane di medie dimensioni devono affrontare oggi. Da una parte c’è l’esigenza ineludibile di fare i conti con un mercato sempre più liquido e dominato dai grandi capitali delle case d’asta, un terreno su cui Luigi sceglie di giocare in attacco strutturando servizi mirati di consulenza e private sales.
Dall’altra, c’è il profondo bisogno di proteggere l’essenza culturale del gallerismo, che si esprime nell’impegno gravoso di produrre complesse mostre site-specific e residenze d’artista. La scelta di abbracciare le ruvide contraddizioni urbane dell’Ex Lanificio e di opporre una consapevole lentezza alla frenesia del “nuovismo” si configura non solo come una dichiarazione di poetica, ma come una vera e propria strategia di resistenza per preservare il valore dell’arte sul lungo periodo.






