Ogni volta che visito la casa di una o un collezionista mi convinco che è proprio negli appartamenti, piccoli o grandi che siano, che le
opere d’arte trovano il loro spazio ideale. È la dimensione domestica che le trasforma in speciali soglie verso l’altrove. È un qualcosa
che ho notato anche in alcuni progetti di gallerie, specie quelle che hanno abbandonato il concetto del “white cube”, come mi è successo a Casa Gregotti Modern and Contemporary Art.
Siamo all’ultimo piano di un palazzo alle spalle della Ca’ Brutta, a Milano, è qui che l’arte è di casa, è qui che Maria Gregotti nel 2025 ha trasformato l’abitazione privata di suo nonno in una home gallery.
Da appassionata d’arte ha aperto poi le porte a collaborazioni con gallerie, artisti e curatori con i quali ha collaborato dando vita a mostre personali, collettive ed esposizioni tematiche molto originali. Fino al 20 novembre sarà possibile farsi invitare per la mostra CAMPOSANTO, primo progetto curatoriale ideato da MARTELLATE PROJECT by Marcello Maloberti in collaborazione con la sua gallerista Raffaella Cortese. Questa esposizione è ispirata ad una Via Crucis, articolata in 14 stazioni quindi, e il percorso itinerante si sviluppa per tutta Casa Gregotti. E così all’ingresso, in cucina, nello studio e nel soggiorno e in ogni spazio Arturo Martini, ad esempio, dialoga con Adolfo Wildt, Filippo de Pisis è accanto ad Umberto Boccioni, de Chirico è accostato a Marco Alvise Pitteri e si possono scoprire un disegno di Modigliani, una tempera su carta di Casorati e altre opere di artisti italiani svelate per la prima volta agli occhi dei visitatori. (Imperdibili sono anche alcune opere di Marcello Maloberti presentate in un altro ambiente della casa!).
Il progetto Casa Gregotti Modern and Contemporary Art permette alle opere d’arte di appropriarsi di una dimensione casalinga e consente agli appassionati che la visitano di immedesimarsi anche nel progetto di una collezionista che, come mi ha raccontato, continua ad arricchire la collezione di famiglia con le sue scelte. È stato per questo motivo che, dopo aver visitato CAMPOSANTO, ho pensato di coinvolgere Maria nella serie di interviste a quei collezionisti che oltre ad acquisire opere si impegnano a condividerle o a creare occasioni in cui riflettere e fare esperienza di un contatto autentico con l’arte e il collezionismo contemporaneo.

Maria Gregotti è stata subito entusiasta e ho condiviso con lei le domande. Oltre ad essere una collezionista ho anche scoperto che è appassionata di Futurismo tanto che nel 2024 ha co-curato la sua prima mostra alla Fabbrica del Vapore di Milano.
La prima cosa che le ho chiesto è quando ha cominciato e con quale opera ha inaugurato la sua collezione. “Nel 2022, con un’opera su carta di André Butzer. Me ne sono innamorata subito perché mi ricordava Kandinsky, un artista che ho sempre amato” mi ha scritto “Era un lavoro senza titolo, un acquerello e matita su carta, alla quale sono ancora molto legata, anche perché segna l’inizio della mia storia personale come collezionista”. Quando poi le ho chiesto qual è stata l’ultima opera entrata nella collezione mi ha svelato che è un lavoro su carta di Georges Mathieu del 1966 “a colpirmi è stata soprattutto la dedica autografa. Ho sempre trovato affascinanti le opere dedicate perché raccontano qualcosa in più dell’artista e della persona a cui erano destinate. Credo che una dedica aggiunga valore all’opera, non solo dal punto di vista collezionistico, ma soprattutto perché la rende unica e permette di ricostruire una storia, un incontro o un rapporto personale”.
Prima di passare alle altre domande che solitamente rivolgo a tutti i collezionisti le ho chiesto se esiste un filo conduttore, anche se è cambiato nel tempo, che la guida nelle scelte. La risposta non si è fatta attendere “mi piace che le mie acquisizioni entrino nella collezione di famiglia creando nuovi dialoghi con le opere che già ne fanno parte. Ci sono alcuni nuclei che ritornano, come le figure femminili, i fiori, i paesaggi, le nature morte e il rapporto tra astrazione e figurazione. Mi interessano molto anche i lavori su tessuto e le opere che raccontano il nostro tempo. Recentemente ho acquisito Walter Benjamin is dead – timeline 1871 (2026) di Dora García, parte di una ricerca che riflette su come costruiamo e interpretiamo la storia. Un altro esempio è il libro d’artista di Martina Ferrari, A desert, peopled by the storm alone, nato da circa 2.500 immagini d’archivio del Monte Bianco e da una ricerca che mette in discussione il linguaggio scritto come unico sistema di conoscenza, affidando anche alle immagini la possibilità di conoscere e interpretare il paesaggio.Cerco quindi opere capaci di creare connessioni con il passato e, allo stesso tempo, raccontare il presente.”

Anche se la collezione non comprende ancora opere di videoarte, Maria mi ha confermato che le interessa molto questa pratica e che segue con particolare interesse il lavoro di Diego Marcon. Della collezione, invece, fanno già parte alcune opere fotografiche e, proprio una di queste, quella cui Maria Gregotti è particolarmente legata, è possibile ammirarla nella mostra ancora in corso.
Si tratta de “La conversione di San Paolo” di Marcello Maloberti, una fotografia che cristallizza l’installazione realizzata dall’artista nel 2025 nello spazio di Raffaella Cortese ad Albisola. “Per me ha un significato molto profondo” mi ha detto “Cristo è rivolto di spalle e sembra quasi non guardarci, mentre in realtà il suo sguardo è rivolto fuori dalla finestra. Mi piace pensare a quella finestra come alla presenza di qualcuno che continua a osservarci, anche quando non possiamo vederlo. È un’immagine che per me parla di fede, protezione e speranza. Avevo acquisito l’opera prima di CAMPOSANTO, dove è poi diventata il punto di partenza per una riflessione più ampia sul sacro e sulla sua rilettura contemporanea attraverso lo sguardo di Marcello, insieme artista e curatore del progetto.”
Prima di andare sul sito di Casa Gregotti, per scoprire anche le esposizioni che si sono svolte in passato, e farvi invitare per visitare la mostra in corso (ricordatevi che l’ultimo giorno utile è il 20 Novembre!) vi consiglio di leggere prima le risposte all’intervista che mi ha rilasciato e in cui condivide l’autentico entusiasmo che nutre il suo rapporto con l’arte.

Salvatore Ditaranto: “Ogni immagine più che del soggetto ci parla dello sguardo dell’autore” hanno scritto Gayford e Hockney. Una collezione ci parla molto di chi l’ha messa insieme: la sua cosa potrebbe dirci di lei?
Maria Gregotti: Credo che racconterebbe soprattutto la mia curiosità. Non sento il bisogno di rimanere all’interno di una sola epoca, tecnica o provenienza geografica. Mi piace attraversare linguaggi diversi e cercare connessioni tra cose che, almeno inizialmente, sembrano non averne.
Sono cresciuta circondata dall’arte e oggi mi piace aggiungere qualcosa di mio attraverso le opere che scelgo. Sono sempre stata molto attratta dai colori accesi e vivaci: fin da bambina li associo ai ricordi e alle emozioni. Ancora oggi influenzano il mio stato d’animo, mi danno energia e mi mettono allegria. Credo che una collezione finisca per diventare una forma di autoritratto: racconta ciò che ci piace, ciò che ci incuriosisce e il modo in cui guardiamo il mondo.
SD: Thomas Bernhard in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo (…) se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”. Come collezionista ha mai provato la stessa cosa davanti ad un’opera che poi ha comprato? E tra le opere non in collezione c’è qualcuna che potrebbe dire sia stata fatta per lei?
MG: Sì, mi è successo con l’artista Alice Visentin. Desideravo da tempo avere dei ritratti del mio bassotto: mi hanno sempre affascinata David Hockney e Picasso e il modo in cui hanno trasformato il rapporto con i loro bassotti in immagini e opere d’arte. Ho quindi suggerito ad Alice questo soggetto e da lì è nata una serie di gouache che ritraggono Bruna, il mio bassotto appunto, a cui sono profondamente legata. Forse è proprio qui che ritrovo le parole di Bernhard: nella sensazione che un’opera possa custodire qualcosa di noi che il tempo inevitabilmente trasforma. So che tra molti anni quei ritratti non rappresenteranno soltanto Bruna, ma un periodo preciso della mia vita, gli affetti e le emozioni che lo accompagnavano.

SD: Pierre Le-Tan parlando dei collezionisti che aveva conosciuto, come a voler dare un consiglio generale, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Lei quando compra un’opera cosa segue?
MG: Cerco prima di tutto di seguire il mio gusto. Credo che uno degli errori più facili sia acquistare un nome semplicemente perché in quel momento tutti ne parlano. L’istinto per me è fondamentale, ma deve essere accompagnato dalla ricerca. Voglio conoscere il percorso dell’artista, capire l’opera e, quando possibile, incontrare personalmente chi l’ha realizzata. Mi chiedo spesso quale relazione una nuova opera possa instaurare con quelle che già possiedo o con la collezione della mia famiglia. Per me il collezionista è anche un po’ uno scenografo: non è semplicemente un ordinatore di oggetti, ma crea accostamenti, stabilisce relazioni.
SD: Maurizio Cattelan in un’intervista ha paragonato le sue opere a degli orfani in cerca di una nuova famiglia. Le piace pensarsi nei panni di un genitore adottivo per un’opera e, perché no, per artiste e artisti?
MG: Sì, anche se più che come un genitore adottivo mi piace pensare al collezionista come a qualcuno che si prende cura di una storia e contribuisce a farla continuare. Mi piace molto l’immagine di Cattelan degli “orfani”, perché esistono opere, artisti e ricerche che nel tempo possono diventare quasi orfani di attenzione, dimenticati o messi ai margini. Collezionare significa anche riportare lo sguardo su di loro e preservarne la storia.
Si dice spesso che i collezionisti siano onnivori; io mi sento soprattutto onnivora di storie. È ciò che cerco di trasmettere anche attraverso la mia home gallery, Casa Gregotti: mettere in dialogo opere della collezione di famiglia con opere contemporanee e far nascere in chi entra la voglia di collezionare, di vivere con l’arte e di portare con sé un pezzo di storia.

SD: Raramente c’è un unico motivo che spinge un collezionista ad acquistare arte: me ne potrebbe dire uno che sente particolarmente suo?
MG: La curiosità, probabilmente. È ciò che mi porta a cercare, a studiare un artista che non conosco, a entrare in una galleria o nel suo studio e, qualche volta, ad acquistare. Mi interessa conoscere l’idea che sta dietro a un’opera, capire da dove nasce e cosa l’artista vuole raccontare: spesso è proprio la sua ricerca a farmi guardare un lavoro in modo diverso.
SD: Potremmo paragonare un collezionista ad un giardiniere che cura un giardino, ad un editore che sceglie i libri da pubblicare nel suo catalogo, ad una famiglia che adotta, ad un custode che conserva. A chi si paragonerebbe?
MG: A un memorialista. Qualcuno che raccoglie una storia iniziata prima di lui e, senza cancellarla, vi aggiunge il proprio capitolo. È forse ciò che sento maggiormente rispetto alla collezione della mia famiglia: non voglio ripetere le scelte di chi mi ha preceduto, e nemmeno dimenticarle o buttarle via. Mi interessa inserire il mio sguardo contemporaneo all’interno di una storia già tracciata, creando nuove connessioni.
SD: Mark Rothko parlando dei suoi dipinti scriveva “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Una collezione, o un’opera soltanto, può fare compagnia?
MG: Assolutamente sì. Credo che vivere con un’opera sia molto diverso dal vederla occasionalmente in un museo. Con il tempo i quadri si integrano nei momenti della nostra vita e si legano a persone, luoghi e ricordi. A volte basta guardare un’opera che abbiamo avuto davanti per anni perché riaffiori immediatamente un periodo preciso, quasi come accade con una fotografia o una canzone. Trovo bello anche che questo rapporto cambi nel tempo: cambiamo noi e cambia il modo in cui guardiamo le opere. I quadri restano e finiscono per custodire ricordi che diventano indelebili. In questo senso credo che un’opera possa davvero farci compagnia.

SD: Ci consiglia un posto, anche fuori dai soliti giri, che un appassionato di arte dovrebbe conoscere?
MG: L’Abbazia di San Galgano, in Toscana. Mi affascina perché è un’opera architettonica che il tempo ha continuato a trasformare. L’assenza del tetto fa entrare il cielo e la natura direttamente nell’architettura. È un luogo che mi fa pensare alla fine e all’inizio delle cose: qualcosa è andato perduto, e proprio da quella perdita è nata una nuova forma di bellezza.
SD: Molti collezionisti prima di cominciare ad acquisire si sono messi a studiare. Lei ha un libro che consiglierebbe a chi vuole avvicinarsi al collezionismo di arte?
MG: Consiglierei Storia della bruttezza di Umberto Eco. Mi interessa perché mostra come l’idea del brutto, cambi nel tempo e come ciò che consideriamo brutto possa in realtà suscitare curiosità e diventare affascinante. Penso, per esempio, a Colazione in pelliccia di Meret Oppenheim: un oggetto quotidiano e familiare come una tazza che diventa, attraverso la pelliccia, qualcosa di straniante e quasi sgradevole, che proprio per questo suscita curiosità e ci porta a guardarlo più a lungo.
Credo sia una lezione importante per chi colleziona: continuare a guardare cose diverse, essere curiosi e non fermarsi a ciò che è immediatamente bello. La definizione di bellezza è profondamente soggettiva e cambia nel tempo, così come cambia il nostro gusto. Esistono anche il cattivo gusto, il kitsch, l’eccesso, che Eco stesso affronta nel libro, e che possono diventare altrettanto interessanti da osservare e comprendere. Penso che educare lo sguardo e interrogarci sul perché qualcosa ci piace o ci respinge sia davvero importante prima di iniziare a comprare.

SD: Prendo in prestito il titolo del libro del collezionista e scrittore Giorgio Soavi “Il quadro che mi manca” e le chiedo: qual è l’opera che le manca? Magari quella che è andata via per sempre o che ancora deve arrivare…
MG: Quella che non ho ancora trovato. Credo che una delle parti più belle del collezionismo sia proprio sapere che una collezione non sarà mai veramente conclusa. C’è sempre la possibilità di imbattersi in qualcosa che non si stava cercando e scoprire improvvisamente che quell’opera completa un dialogo già iniziato o ne apre uno completamente nuovo. La ricerca, la caccia e l’attesa fanno parte del piacere stesso di collezionare. Il quadro che mi manca, quindi, preferisco non conoscerlo ancora.
SD: Elio Fiorucci in un’intervista al Corriere disse che prima di addormentarsi, per dormire bene, lui pensava ad una donna nuda. A cosa pensa un collezionista prima di addormentarsi?
MG: Al bello. A ciò che, in qualche modo, riesce a compensare le ingiustizie e le privazioni che affollano le nostre giornate. L’arte ha questa capacità: ci mette in connessione con il bello che appartiene al genere umano, con ciò che siamo capaci di immaginare e creare. Credo che l’arte sia anche un’ottima compagna di vita: ti soddisfa, alimenta la curiosità e ti lascia sempre qualcosa di nuovo da scoprire, un’opera da vedere, un artista da conoscere, un luogo in cui andare.




