Adelisa Selimbašić. Il corpo come paesaggio contemporaneo

del

Dalla formazione tra Venezia e Milano fino a New York, la pittura dell’artista italo-bosniaca trasforma la figura in superficie vibrante, intima e universale


Ho incontrato per la prima volta Adelisa Selimbašić nel 2021, in uno spazio di Porta Romana, a Milano, in occasione della mostra Non ci incontreremo mai così giovani, curata da Luca Zuccala, oggi super Direttore del Giornale dell’Arte e all’epoca soltanto grande amico. Venticinque opere di piccolo formato, mi erano bastate allora a restituire con sorprendente chiarezza la voce di una pittrice già pienamente riconoscibile: fresca, diretta, capace di rendere il corpo qualcosa di estremamente vivo e, allo stesso tempo, carico di tensione pittorica. Quell’impressione fu così forte da sedimentare nel tempo, fino a trasformarsi persino in un titolo musicale — Non ci lasceremo mai da giovani — nato quasi per eco di quella mostra e che abbiamo suonato tanto con i miei New Martini.

Istallation View_Adelisa Selimbašić_The Dancefloor_Ph Roberto Apa

Non sono stato il solo a coglierne la forza: negli anni successivi, il lavoro di Adelisa ha attirato l’attenzione di numerose gallerie e spazi, da Via Farini a Renata Fabbri, fino a Ipercubo, consolidando un percorso coerente e in continua evoluzione. La sua è una pittura profondamente fisica, in cui il corpo femminile diventa materia plastica, attraversata da cromatismi intensi e da una costruzione compositiva che sposta lo sguardo dal dato puramente naturale a una dimensione più emotiva e caratteriale. C’è, in questo passaggio, qualcosa che ricorda, per sensibilità, il momento in cui la storia dell’arte ha iniziato a restituire interiorità ed emozione alle figure, rendendole finalmente presenti, diciamo dai bizantini a Giotto, per capirci.

Oggi Adelisa Selimbašić vive e lavora a New York, dove il confronto con una scena internazionale ha ulteriormente affinato il suo sguardo. Non potendo entrare fisicamente nel suo studio, abbiamo costruito questo dialogo a distanza: ne emerge il ritratto di un’artista che, partendo dal corpo, sta progressivamente aprendosi a una dimensione più ampia, in cui lafigura si dissolve, si espande e diventa paesaggio.

Adelisa Selimbašić_The Dancefloor_2026_Oil On Canvas_Cm(Tot)151.2×688.5_Cm151.2×113.5_Ph Roberto Apa

Giacomo Nicolella Maschietti: Sei nata in Germania da una famiglia bosniaca, sei cresciuta in Italia e ora hai scelto New York. Quanto questo percorso geografico e culturale influisce sulla tua pittura e sul modo in cui guardi il corpo e l’identità?

Adelisa Selimbašić: Essere bosniaca, crescere in Italia e nascere in Germania, insieme ad un background sempre nomade e in movimento, mi ha portata a sviluppare una visione caleidoscopica del corpo. L’esperienza di attraversare luoghi diversi e conoscere molteplici culture mi ha fatto comprendere come ilcorpo sia una chiave di lettura aperta ad interpretazioni estremamente varie, proprio perché ogni cultura ne trasforma profondamente la percezione: man mano scoprivo come elementi che in un contesto venivano interpretati in un certo modo, altrove potessero assumere caratteristiche, aspettative o significati completamente differenti. Questa curiosità, anche a livello pittorico, mi consente di mantenere unavisione dinamica, mai statica: se da un lato sono cresciuta in un contesto culturale già stratificato, dall’altroil movimento continuo mi aiuta a raffinare ed espandere sempre di più le mie prospettive. 

GNM: Nei tuoi dipinti il corpo femminile è centrale, ma raramente è idealizzato: è fisico, vulnerabile, sensuale e spesso imperfetto. Come nasce questa scelta e quanto è una posizione politica oltre che estetica?

AS: La rappresentazione, all’interno del mio lavoro, consiste nel restituire un corpo vero, reale. Sicuramente c’è una dimensione politica ed estetica, ma c’è anche, in modo molto semplice, la volontà di rappresentare la realtà. Trovo interessante come, soprattutto all’inizio del mio percorso, il fatto di includere elementi così quotidiani, come la cellulite, le cicatrici, i tatuaggi o qualsiasi segno legato alla storia di un corpo, potesse risultare sorprendente. Mi colpiva vedere quanto lo spettatore fosse stupito nel riconoscere qualcosa di così familiare, qualcosa che appartiene alla vita di ciascuno di noi. Questa reazione mi ha portata a riflettere profondamente sull’importanza di rappresentare il corpo per ciò che è, senza filtri o idealizzazioni. Credo sia fondamentale riportare l’attenzione su questi elementi e affermare che non sono qualcosa da nascondere o temere. Anche nella realtà esiste una forma di bellezza: una bellezza che risiede nella semplicità dell’essere ciò che siamo. Ed è proprio l’insieme di queste caratteristiche a renderci unici e, in fondo, ad avvicinarci gli uni agli altri. 

Istallation View_Adelisa Selimbašić_The Dancefloor_Ph Roberto Apa

GNM: Molte tue figure sembrano colte in momenti di grande intimità, quasi come se lo spettatore entrasse in una scena privata. Che rapporto cerchi tra chi guarda il quadro e il corpo che dipingi?

AS: Il rapporto tra lo spettatore e l’immagine è per me centrale. Ciò che cerco di fare è lasciare spazio a chi guarda, metterlo nelle condizioni di sentirsi a proprio agio nell’avvicinarsi alla rappresentazione. Rappresento spesso scene intime, ma si tratta di un’intimità quotidiana, che appartiene alla vita ordinaria di ciascuno di noi. Allo stesso tempo, il fatto di sottrarre elementi troppo descrittivi dell’identità del corpo rappresentato crea una certa ambiguità, permettendo a chi osserva di sentirsi, in qualche modo, parte dell’immagine. In questo modo, lo spettatore è libero di scegliere come relazionarsi all’opera: può limitarsi a guardarla oppure entrare in dialogo con essa. Ed è proprio questa libertà a generare reazioni molto diverse: c’è chi osserva, chi sente profondamente il lavoro e chi arriva a riconoscersi in esso. Credo che lasciare questo spazio sia fondamentale, perché permette all’opera di “respirare” davanti agli occhi di chi la incontra. Anche la scelta dei colori contribuisce a creare questa apertura: tutto è pensato come un invito, uno spazio accogliente, in cui non è necessaria la presenza dell’artista per autorizzare, per così dire, l’interazione. Si tratta quindi di rimuovere ogni forma di distanza o scomodità, affinché il corpo possa finalmente essere percepito come qualcosa con cui sentirsi a proprio agio, qualcosa con cui instaurare uno scambio autentico. 

GNM: Ti sei formata all’Accademia di Venezia e poi Milano è stata una base importante per i primi anni della tua carriera. Che cosa è cambiato nel tuo lavoro da quando ti sei confrontata con il contesto artistico di New York?

AS: Trasferirmi a New York è stato un grande salto, sotto ogni punto di vista. Mi sono ritrovata in una città con una visione dell’arte profondamente internazionale, dove si è costantemente esposti a realtà molto diverse: dalle grandi gallerie che espongono artisti affermati, a quelle più sperimentali con artisti emergenti, fino ai grandi musei e la possibilità di partecipare con frequenza ad eventi, incontri e contesti legati all’arte, occasioni in cui è possibile confrontarsi direttamente con curatori e professionisti del settore. Tutto questo ha contribuito a rendere più nitida e focalizzata la visione del mio lavoro. Arrivando qui, ho inevitabilmente preso coscienza di quanto il mondo dell’arte sia vasto e di quanto ci sia ancora da scoprire. Questo mi ha fatto capire quanto sia importante rimanere il più possibile dinamica: vedere molto, sì, ma anche sviluppare una capacità sempre più precisa di filtrare ciò che mi interessa davvero. Questa esposizione continua ha raffinato il mio sguardo, rendendolo allo stesso tempo aperto e più consapevole, più selettivo. New York, infatti, dal punto di vista visivo, può facilmente portare a una sorta di saturazione, una condizione che ho vissuto anch’io e che ho imparato a gestire proprio qui. Una delle scoperte più importanti è stata la necessità di “diluire” questa saturazione attraverso altre forme artistiche ed altri interessi: andare all’opera, ascoltare musica, leggere, camminare a lungo, dedicarmi anche a esperienze non direttamente legate all’arte visiva. È in questo equilibrio che riesco a ritrovare uno spazio di ascolto e di rinnovamento. 

Adelisa Selimbašić_Nuvola_2026_Oil On Canvas_Cm 60.9 x 45.7_Ph Roberto Apa

GNM: La tua pittura ha una componente molto fisica e quasi tattile: la pelle, il colore, la materia sembrano fondersi. Come lavori tecnicamente sulle tele? Parti da fotografie, da disegni o da immagini mentali?

AS: Le mie immagini nascono principalmente dalla fotografia: scatti che realizzo io stessa oppure immagini che mi vengono inviate dalle persone a cui chiedo di posare. A volte emergono anche in modo del tutto spontaneo, ad esempio attraverso Instagram: vedo un’immagine e penso immediatamente che potrebbe diventare un quadro, e da lì nasce il desiderio di contattare la persona e chiederle il permesso di rappresentarla. Non utilizzo mai un’immagine senza consenso. È una forma di rispetto nei confronti di chi rappresento, ma anche un modo per evitare la sensazione di “usare” quei corpi per un mio scopo.Al contrario, voglio che le persone si sentano parte del lavoro.

Alcune immagini provengono anche da internet, ma non vengono mai riportate integralmente. Nel tempo, infatti, il mio sguardo si è sempre più concentrato su frammenti: dettagli, zoom, porzioni di corpo apparentemente ordinarie che, una volta isolate e trasportate sulla tela, acquisiscono una nuova intensità, quasi una qualità inattesa. L’immagine è per me un punto di partenza, soprattutto per il disegno, che realizzo direttamente con il pennello sulla tela, senza l’uso di proiettori. Mi interessa mantenere il segno libero, aperto anche alla possibilità di “sproporzionarsi”, adattandosi in modo organico al formato della superficie. Questo approccio implica anche una disponibilità all’errore, che cerco attivamente: è proprio nell’errore che emergono soluzioni impreviste, e con esse nuove direzioni, nuove possibilità. Rimanere aperta a ciò che accade durante il processo mi permette di far evolvere il lavoro in modo autentico, facendo sì che ogni opera sia un’esplorazione, più che un punto di arrivo definitivo. A un certo punto, l’immagine iniziale viene quasi dimenticata. Una volta estratti gli elementi che mi interessano, una forma, la presenza di cellulite, un piercing, una piega della pelle, cerco di non esserne più vincolata.

Questo mi consente di non diventarne dipendente e di lasciare spazio al lavoro stesso, che nel corso del processo suggerisce nuove direzioni, fino a costruire una propria identità autonoma. Realizzo anche disegni, ma raramente come preparazione alla pittura. Il mio approccio è diretto, immediato. Il disegno è già, per me, un lavoro indipendente: può eventualmente aprire a uno sviluppo pittorico, ma non lo considero mai come una fase lineare, come un punto A che conduce a un punto B. È piuttosto un processo organico, una crescita naturale del lavoro. 

Adelisa Selimbašić_All’Alba_2026_Oil On Canvas_Cm 38.1×40.6_Ph Roberto Apa

GNM: Se dovessimo entrare oggi nel tuo studio a New York, che cosa troveremmo sulle pareti o sui cavalletti? A cosa stai lavorando in questo momento e in che direzione senti che sta andando la tua ricerca?

AS: Negli sviluppi più recenti, e in modo particolarmente evidente nell’ultimo solo show The Dance Floor, presentato a Roma dalla galleria Sara Zanin e curato da Michele Spinelli, il mio lavoro sta prendendo una direzione sempre più orientata verso la dimensione plastica del corpo. Se in precedenza il corpo aveva una forte componente narrativa, oggi sento l’esigenza di alleggerirlo da questo peso, per concentrarmi maggiormente sulla sua qualità di superficie: una superficie attraversata dalla luce, dal punto e dalla linea.

In questo processo, i corpi diventano sempre più simili a “piscine di colore”, in cui la pelle acquista una profondità vibrante, costruita attraverso stratificazioni di tonalità. Si trasformano quasi in paesaggi: il corpo si astrae. Una schiena può diventare una roccia, una postura delle gambe può evocare, a uno sguardo iniziale, la forma di un tulipano. Comincio così a pensare al corpo come a uno stato iniziale, un punto di partenza da cui l’immaginazione può muoversi liberamente. Non è più soltanto legato a un’esperienza personale o fisica, ma si apre a un campo più ampio di immagini e sensazioni: un paesaggio, un tramonto, un’alba. L’immagine viene spesso croppata fino a sfiorare l’astrazione; solo in un secondo momento, immergendosi nel colore e nella linea, si può riconoscere la presenza di un corpo, magari seduto in una posizione specifica.

Questo modo di lavorare mi sta portando verso una visione in cui il corpo si libera dall’essere “solo” corpo, per diventare qualcosa di più aperto, dinamico e disponibile a molteplici interpretazioni. 

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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