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Archivi d’artista: tra cultura e logiche di mercato

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Il business dei lasciti d’artista sta vivendo un vero e proprio boom. E non c’è giorno che, in una fiera o su una rivista specializzata, non si incappi nella notizia che una galleria, più o meno importante, ha iniziato a rappresentare l’Archivio di un artista. Dopo aver verificato, un paio di settimane fa, che sul mercato esiste un vero e proprio “effetto-morte” che può influenzare l’andamento di prezzi delle opere di un autore al momento della sua scomparsa, è giunto il momento di parlare dell’eredità degli artisti e degli enti che le gestiscono.

Quello degli Archivi, infatti, è uno degli strumenti più importanti per perpetuare l’opera di un artista e per far ciò, come si legge sul sito dell’AitArt – Associazione Italiana Archivi d’Artista, questi enti, con constante impegno di aggiornamento e organizzazione, raccolgono la più completa documentazione sulla figura e sull’opera dell’artista rappresentato, con il duplice scopo di: 

  • incentivare gli studi e favorire la conoscenza della figura e dell’opera dell’artista, promuovendo ricerche e iniziative direttamente o in collaborazione con altri organismi pubblici e privati; 
  • catalogarne la produzione autentica nella massima trasparenza di metodo e rapporti.

Fin qui il lato nobile della storia che esalta il ruolo culturale di questi enti, ma – c’è sempre un “ma” quando si parla di un mondo in cui girano tanti soldi – ogni cosa ha un suo lato oscuro. E, come non manca di sottolineare Stephen Bayley sulle pagine del britannico The Spectator, tutti coloro che hanno lavorato in un museo o in una galleria commerciale sanno bene che «il clima morale del mondo dell’arte contemporanea potrebbe mettere in imbarazzo gli stessi Borgia». «L’arte eccita il peculato, la speculazione, le pugnalate alle spalle e l’avarizia – scrive Bayley -, mentre accende odiosi battibecchi sull’attribuzione o la proprietà tra eredi, parenti, esecutori e collezionisti». Tanto che oggi, quelli che dovrebbero essere un punto di riferimento per il collezionismo e il mercato, diventano spesso delle vere e proprie croci in particolare per quanto riguarda le autentiche. E credo basti citare i nomi di Modigliani o di Schifano per capire cosa intendo. Tanto che la stessa AitArt è nata, tra le altre cose, per rispondere ad una vera e propria urgenza: «contribuire a disciplinare un ambito dove troppo spesso si riscontrano casi di errori e approssimazioni. Per lo più in buona fede, ma a volte anche dolosi».

 

Un potere immenso

 

Ogni volta che scorro le classifiche sulle persone più influenti del mondo dell’arte mi chiedo come mai non compaia mai il nome del Presidente di qualche Archivio d’Artista. Strumenti fondamentali per preservare e tutelare l’immagine, la carriera e l’opera degli artisti passati a miglior vita, ma anche realtà al centro di numerosi scandali e spesso accusati di conflitti d’interesse con il mercato, gli Archivi detengono, infatti, nelle loro mani un potere che non ha nessun altro membro del cosiddetto Sistema dell’Arte. Un potere in grado di influenzare il mercato e in tutto simile a quello che, ormai più di 50 anni fa, il critico Harold Rosenberg riconosceva alle vedove degli artisti definite, sulle pagine di Esquire del gennaio 1965, come un nuovo “potere emergente”.

«La vedova – scrive Rosenberg tracciando un identikit che oggi corrisponde a pieno a quello degli Archivi – è identificata con la stessa persona del pittore, ma è anche la proprietaria della sua arte: nella struttura dell’Establishment si trova a metà strada tra l’artista e il collezionista-patrono». «Comunemente – prosegue il critico -, la vedova controlla tutta la produzione non venduta del marito e questo fa sì che possa influire sui prezzi in base al tasso a cui lei mette in vendita le opere sul mercato; che possa assistere o sabotare le retrospettive, garantire o negare documenti o i diritti di riproduzione che servono agli editori e agli autori».

Il critico d'arte statunitense Harold Rosenberg
Il critico d’arte statunitense Harold Rosenberg

«Inoltre – aggiunge Rosenberg – si trova nella posizione di poter autenticare dipinti o disegni non firmati che si trovano nelle mani di altri. «Il risultato è che questa è corteggiata e la sua opinione è tenuta in attenta considerazione da mercanti, collezionisti, curatori, storici, editori, per non parlare degli avvocati e degli specialisti in tasse». «E’ difficile – conclude – pensare ad un’altra persona che nel mondo dell’arte superi le vedove in termini di poteri concentrati nelle mani di una singola persona».

E oggi, come ha scritto anche Silvia Anna Barillà sulle pagine del Sole24Ore, gli archivi sono, infatti, «oggetto di interessi sempre più forti, soprattutto da parte di gallerie che si affrettano ad accaparrarsi l’esclusiva su lasciti ancora sottovalutati in un mercato sempre più competitivo». Anche perché, molto spesso, le eredità lasciate dagli artisti comprendono opere che essi stessi avevano deciso di non vendere e in molti casi si tratta di veri e propri capolavori. E così i mercanti e i galleristi che adesso rappresentano questi lasciti possono immettere sul mercato opere “fresche” e di grande valore storico-artistico. In questa corsa all’oro era quindi inevitabile che la loro importanza crescesse, tanto che questo “aumento di potere” è stato inserito da Anny Shaw di Artsy tra i 5 maggiori cambiamenti del mercato dell’arte durante il 2016. Un cambiamento sancito dalla nascita, a Berlino, dell’Institute for Artists’ Estate, istituzione unica nel suo genere che offre consigli pratici su tutti gli aspetti relativi alla gestione del lascito di un artista in modo da garantire alla sua opera una “seconda vita”.

 

Archivi e mercato: è conflitto d’interesse?

 

Il rapporto sempre più stretto che gli Archivi d’Artista hanno con il mercato viene spesso guardato con sospetto. E certo alcune pratiche non proprio esemplari, che in questi anni si sono guadagnate anche l’attenzione dei media, non aiutano a fugare l’idea che alla base di alcune decisioni vi sia un certo conflitto d’interesse. Non di rado, infatti, capita che la mancata autenticazione di un’opera porti il collezionista a pensare che questa sia dovuta al tentativo di mantenere contenuto il “Catalogo” di un artista così da non inflazionarlo. Un sospetto che talvolta rasenta la certezza, specie quando la decisione del comitato scientifico dell’Archivio non documenta la sua decisione.

Polemiche a parte, è anche vero che nel lavoro di un Archivio il rapporto con il mercato è un elemento fondamentale della strategia di posizionamento (o riposizionamento) dell’artista rappresentato, al pari delle mostre nei Musei e delle relazioni con il mondo accademico. Oltre al fatto che non tutti gli Archivi sono ricchi e, in qualche modo, hanno bisogno di finanziarsi. Oggi più che mai, peraltro, un artista che non ottiene il riconoscimento del mercato ha poche speranze di accedere ad importanti mostre museali nel lungo periodo e, come abbiamo visto parlando del Death-Effect, la visibilità è fondamentale per ottenere gli obiettivi tipici di un Archivio. Detto questo, gli Archivi oggi hanno un posto preminente sul mercato, sia per le opere che gestiscono sia per l’immenso potere che hanno. Ma questa posizione non è esente da rischi e va gestita in modo adeguato perché l’effetto finale non sia diametralmente opposto a quello sperato. (Leggi -> Gli artisti, il mercato e l’effetto-morte)

 

L’importanza delle buone pratiche

 

Da quanto detto sopra, non si può che condividere quando sostenuto nel 12° Rapporto annuale di Federculture dove si legge: «L’affermazione dell’autorevolezza degli archivi d’artista è strettamente correlata, oggi, alla qualificante adesione di tali organizzazioni a canoni deontologici e di istituzione». Ma soprattutto non si può che salutare con gioia le buone pratiche promosse dall’Associazione Italiana Archivi d’Artista, nata nel 2014 dall’esigenza non solo di confermare il ruolo rilevante che ogni Archivio ha nel mondo dell’arte, sia nella promozione culturale che nella supervisione del mercato, ma anche di promuovere una condivisione di principi e perseguire interessi e pratiche comuni.

Consapevole che l’organizzazione di un Archivio d’artista ha come suo conseguente fine anche quello di realizzare una competenza professionale volta a riconoscere e verificare l’autenticità della produzione di un artista e a dare rilievo di tale patrimonio culturale,  l’AitArt ha così definito i principi deontologici e ispiratori che stanno a fondamento dell’organizzazione e della condotta di ciascun archivio e ai quali è richiesto di aderire come requisito associativo. Tali canoni sanciscono comportamenti virtuosi e qualificati nell’istituzione e conduzione di un archivio d’artista, nel rilascio di certificati di autenticità e, ove sia idonea legittimazione, di attestazioni di paternità, nonché nella redazione e aggiornamento dei cataloghi ragionati e documentari dell’opera di un artista.

Solo con pratiche corrette e non subordinate ad interessi di mercato, d’altronde, è possibile salvaguardare non solo l’opera dell’artista ma il suo collezionismo. Come ha spiegato Loretta Wurtenberg – co-fondatrice dell’Institute for Artists’ Estate – ad Artnet: «Gli Archivi devono essere gestiti in modo trasparente così che le persone abbiano fiducia nel loro lavoro, e questa fiducia si trasmette poi al mercato dell’artista». E un po’ dispiace, nello scorrere l’elenco degli associati ad AitArt, non trovare gli Archivi di quegli artisti italiani che, in questi anni, sono stati protagonisti del mercato internazionale… che si sentano al di sopra di ogni sospetto?

Nicola Maggi
Nicola Maggi
Giornalista professionista e storico della critica d'arte, Nicola Maggi (n. 1975) è l'ideatore e fondatore di Collezione da Tiffany. In passato ha collaborato con varie testate di settore per le quali si è occupato di mercato dell'arte e di economia della cultura.
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