Con “Back to Mine” il progetto diffuso di Lunetta11 torna a interrogare il rapporto tra arte, paesaggio e identità, trasformando ancora una volta l’Alta Langa in uno dei laboratori curatoriale più originali del panorama italiano. Per Collezione da Tiffany abbiamo incontrato Claudia Zunino e Francesco Pistoi, ideatori di una visione che ha scelto di spostare il baricentro dell’arte lontano dalle metropoli.
Esiste ancora un modo diverso di fare arte contemporanea in Italia? La risposta potrebbe trovarsi a oltre settecento metri d’altitudine, tra i boschi dell’Alta Langa, dove il silenzio pesa quanto la storia e dove una piccola borgata è diventata, nel giro di pochi anni, una destinazione obbligata per chi osserva con attenzione le nuove geografie del contemporaneo.
Qui nasce Lunetta11. E qui prende forma, dal 2019, Buona Fortuna Ribelli, un progetto che anno dopo anno ha smesso di essere semplicemente una mostra diffusa per trasformarsi in un vero ecosistema culturale. Chiese dimenticate, cappelle medievali, giardini, sentieri, resort, paesi di poche centinaia di abitanti: luoghi che non vengono utilizzati come scenografie, ma diventano parte integrante del pensiero artistico.
Dietro questa visione ci sono Claudia Zunino e Francesco Pistoi, una coppia che ha scelto una strada decisamente controcorrente. In un sistema dell’arte sempre più attratto dalle grandi capitali internazionali, dalle fiere e dalle metropoli, loro hanno deciso di invertire la rotta. Non portare il territorio verso l’arte, ma lasciare che fosse l’arte a farsi contaminare dal territorio.
Per Francesco Pistoi questa scelta rappresenta anche un dialogo con una storia familiare importante. Figlio del critico e gallerista Luciano Pistoi e della gallerista Eva Menzio, ha ereditato una tradizione culturale di primo piano senza trasformarla in un monumento da custodire. Dopo un lungo percorso nella musica elettronica come DJ Pisti, con progetti come Motel Connection e Mangaboo, ha trasferito nell’arte contemporanea la stessa idea di contaminazione tra linguaggi, pubblici ed esperienze. Claudia Zunino, invece, è il motore organizzativo e curatoriale che, insieme a lui, ha costruito una piattaforma capace di attrarre artisti, istituzioni e collezionisti ben oltre i confini piemontesi.
L’edizione 2026 di Buona Fortuna Ribelli, significativamente intitolata Back to Mine, sembra rappresentare la maturazione di questo percorso. Non un semplice “ritorno a casa”, ma il recupero di uno spazio intimo, personale, fatto di memoria, relazioni e appartenenza. Un invito a rallentare lo sguardo e a ripensare il modo in cui osserviamo le opere e i luoghi che le ospitano. Cinque comuni dell’Alta Langa diventano così le tappe di un racconto che mette in dialogo figure storiche come Carla Accardi, Alberto Burri, Alighiero Boetti, Mario Schifano, Salvo e Sergio Ragalzi con le ricerche di una nuova generazione di artisti, dimostrando come il tempo dell’arte non sia mai lineare ma costruito da continue stratificazioni.

Ciò che colpisce osservando il lavoro di Lunetta11 è la naturalezza con cui viene superata una distinzione ormai logora: quella tra centro e periferia. Qui la periferia non è un limite da colmare, ma una condizione privilegiata per costruire relazioni più profonde, tempi più lenti e confronti meno condizionati dalle logiche del sistema. Un’idea che richiama, in fondo, la migliore tradizione dell’arte italiana del secondo Novecento: quella capace di mettere al centro il pensiero prima ancora del mercato.
Per questa nuova puntata di Citofonare Nicolella, abbiamo voluto bussare proprio alla porta di Claudia Zunino e Francesco Pistoi per capire come nasce un progetto che, senza proclami, sta riscrivendo il modo di abitare l’arte contemporanea. Perché forse la vera ribellione, oggi, non consiste nell’andare sempre più lontano, ma nel tornare a guardare con occhi nuovi il luogo che si è scelto di chiamare casa.
Giacomo Nicolella Maschietti: Buona Fortuna Ribelli nasce come progetto diffuso che trasforma l’Alta Langa in un museo a cielo aperto. Qual è stata l’intuizione iniziale che vi ha fatto capire che questo territorio poteva reggere un progetto così esteso e radicale?
Claudia Zunino: Non c’è stata un’intuizione. Nessuna rivelazione improvvisa. Nove anni fa abbiamo lasciato Torino e siamo saliti in Alta Langa. All’epoca sembrava soltanto una scelta di vita. Col tempo abbiamo capito che era l’inizio di una storia. Anche aprire una galleria d’arte contemporanea in mezzo a un bosco appariva, agli occhi di molti, un’impresa improbabile. Ma i luoghi hanno una volontà propria, così come gli uomini.
Buona Fortuna Ribelli non nasce dal desiderio di portare l’arte in una periferia. Nasce dalla scoperta che questo territorio possiede già un patrimonio di storie, relazioni e spazi capaci di generare incontri inattesi. Le colline, i boschi, le cappelle, i paesi: ogni luogo custodisce una memoria e offre una prospettiva diversa da cui guardare le opere.
A un certo punto ci è apparso chiaro che l’Alta Langa non aveva bisogno di essere trasformata in un museo a cielo aperto. Lo era già. Non dovevamo imporre una narrazione, ma creare le condizioni perché artisti, opere, pubblici e luoghi potessero entrare in relazione.
Naturalmente il territorio è fondamentale. Ma altrettanto importante è la ricerca che guida Lunetta11 fin dagli inizi: la volontà di creare connessioni tra generazioni, linguaggi e storie differenti. La mostra che realizziamo quest’anno al Boscareto Resort & SPA insieme a NP-ArtLab ne è un esempio. Artisti come Carla Accardi, Alberto Burri, Alighiero Boetti, Aldo Mondino, Mario Schifano, Salvo, Sergio Ragalzi e Maurizio Vetrugno entrano in dialogo con le ricerche più recenti di Ismaele Nones ed Edoardo Manzoni. Ci interessa costruire queste vicinanze inattese, perché spesso è proprio nell’incontro tra tempi diversi che nascono le letture più sorprendenti.
In fondo, Buona Fortuna Ribelli nasce da questo doppio movimento: ascoltare ciò che un luogo ha da raccontare e creare le condizioni perché opere, artisti e pubblici possano incontrarsi in modi nuovi.
GNM: Il titolo di questa edizione, “Back to mine”, parla di un ritorno a uno spazio intimo e identitario. Nel vostro lavoro curatoriale, quanto conta oggi l’idea di “appartenenza” rispetto a quella di “esplorazione”?
Francesco Pistoi: Non vediamo appartenenza ed esplorazione come due forze opposte. Anzi, spesso l’una rende possibile l’altra. Il titolo Back to Mine nasce proprio da questa idea.
Per questo abbiamo voluto dedicare una parte importante di questa edizione a Sergio Ragalzi, la cui cura è stata affidata a Diletta Dogliani. A prima vista il suo lavoro sembra appartenere al Novecento: le ombre atomiche di Hiroshima e Nagasaki, i grandi traumi della storia. Eppure la sua ricerca va oltre il tempo storico. Nelle Ombre Atomiche l’uomo sopravvive come traccia; nel ciclo Origini riappare come presenza primordiale. Sono opere che parlano della vita, della materia e della trasformazione, e che per questo continuano a sembrarci sorprendentemente attuali.
Forse è proprio questo che ci interessa: vedere gli artisti delle nuove generazioni presenti in questa edizione, così come i pubblici diversi confrontarsi con il suo lavoro. Ci interessano le connessioni inattese, i dialoghi tra generazioni e le epifanie che possono nascere quando immaginari lontani si incontrano.

GNM: Le opere dialogano con cappelle, borghi, giardini e paesaggi agricoli. Come si costruisce un equilibrio tra la forza autonoma dell’opera e la potenza, spesso dominante, del contesto naturale?
CZ: In generale diffidiamo un po’ dell’idea di equilibrio. Le cose più interessanti accadono spesso quando due mondi si incontrano e alterano la potenza espressiva che posseggono individualmente.
Quest’anno, ad esempio, a Paroldo ospitiamo PROGETTO LUDOVICO di Lorenzo Perini Natali che in collaborazione con Romero Paprocki portano L’Abri di Matisse Mesnil all’interno della Cappella di San Sebastiano. Da una parte c’è una scultura contemporanea che riflette sull’idea di rifugio, sulla misura del corpo e sul rapporto tra protezione ed esposizione. Dall’altra c’è una cappella costruita nel X secolo che, in fondo, nasce anch’essa come luogo di riparo, spirituale prima ancora che fisico.
Lo stesso vale per gli interventi ambientali di Stefano Caimi. In quel caso il paesaggio non fa da sfondo all’opera: entra direttamente nel lavoro. La luce cambia, le stagioni cambiano, il bosco cambia. L’opera resta la stessa e allo stesso tempo non è mai identica a sé stessa.
Forse è questo il criterio che seguiamo. Non cerchiamo opere che decorino i luoghi e nemmeno luoghi che valorizzino le opere. Cerchiamo incontri capaci di generare una terza cosa. Qualcosa che non appartiene più soltanto all’artista né soltanto al territorio, ma alla relazione che si crea tra i due.

GNM: In un sistema dell’arte sempre più concentrato nelle grandi città e nei grandi centri espositivi, che tipo di responsabilità culturale pensi abbia oggi un progetto come Buona Fortuna Ribelli nei confronti dei territori periferici?
FP: Più che una responsabilità verso un territorio periferico, sentiamo una responsabilità verso gli artisti e le opere che scegliamo di accompagnare.
Questa edizione ne è un buon esempio. Sara Scanderebech presenta una nuova mostra personale che difficilmente avrebbe potuto svilupparsi nello stesso modo all’interno di uno spazio espositivo tradizionale. I suoi lavori dialogano con un paesaggio fisico e mentale fatto di memoria, viaggio e immaginario contemporaneo. Allo stesso modo, la nuova fontana di Edoardo Manzoni nasce come un gesto propiziatorio: un luogo a cui tornare, dove affidare desideri e aspettative. In entrambi i casi il territorio non è una cornice, ma una parte attiva dell’esperienza.
Allo stesso tempo, Buona Fortuna Ribelli è diventato negli anni uno spazio capace di accogliere altre visioni oltre alla nostra. Quest’anno ospitiamo il progetto di Recontemporary dedicato a Nicole Oike e l’intervento di MATTA con thebackstudio. È una dimensione che ci interessa molto: utilizzare questo luogo come una piattaforma aperta, dove artisti, curatori e realtà diverse possano incontrarsi e contaminarsi reciprocamente.
Forse il privilegio di lavorare lontano dai grandi centri è proprio questo. Avere più tempo per costruire relazioni e più spazio per lasciare che le opere trovino forme inattese. Non pensiamo alla periferia come a qualcosa da colmare, ma come a una condizione che rende possibili incontri che altrove sarebbero più difficili.






