Napoli sta attraversando un momento di grande energia e fermento per l’arte contemporanea, una forza in grado di emergere e farsi spazio dialogando con la forte e onnipresente eredità storica della città. All’interno di questo panorama si distingue la galleria Acappella, fondata e diretta da Corrado Folinea.
La genesi di questo spazio è affascinante e atipica: spinto da una formazione e una pratica da artista, Corrado ha mosso i primi passi organizzando mostre in una casetta di legno nel proprio giardino, battezzata con pungente ironia “Museo Apparente” per porsi in netto contrasto con l’abuso di acronimi nel sistema dell’arte. Trasferitosi in seguito nell’attuale sede in Via Cappella Vecchia, ha scelto un nuovo nome che gioca sapientemente con l’indirizzo fisico e con le versioni vocal dei vinili, per offrire agli artisti una sorta di “voce pura” e senza filtri all’interno dello spazio.
In questa conversazione, abbiamo approfondito la sua visione curatoriale, il suo legame speciale con una nuova cerchia di giovani talenti (tra cui Leonardo Devito, Michele Cesaratto e Valentina Artone) accomunati dal recupero sorprendente di tecniche pittoriche puramente tradizionali, l’evoluzione del piccolo collezionista e le complesse scommesse legate alla partecipazione alle grandi fiere internazionali, come Liste di Basilea.

Arte contemporanea, fiere e nuovi collezionisti: l’intervista a Corrado Folinea
Gino Fienga: Corrado, come è nata galleria Acappella, come è nato questo progetto?
Corrado Folinea: È una storia un po’ particolare perché io ho iniziato lavorando come artista. Ho cercato di fare dei percorsi per legittimare questa idea e seguivo degli artisti in percorsi fuori dalla città. Quando tornavo a Napoli avevo sempre delle idee illuminate da queste realtà artistiche progredite, come i collettivi che organizzavano mostre in Germania o negli Stati Uniti.
Ho iniziato a ragionare sull’idea di dare un contributo alla scena artistica napoletana con mostre dall’approccio più sperimentale. Non avendo una sede, l’idea è stata quella di costruirmela nel giardino di casa mia: una casetta di legno. In quel contesto così familiare, agli artisti veniva chiesto di trasformare l’intero spazio, non solo di appendere delle opere a parete. Era il “Museo Apparente”.

GF: Perché si chiamava Museo Apparente?
CF: C’era un po’ l’idea di riferirsi ai grandi artisti che hanno fondato musei. In quel momento la parola museo era in totale disuso, c’erano solo sigle, era diventata il ‘male’. Proprio per andare in controtendenza ho ripreso la parola “museo” in maniera ironica, perché era tutto tranne che un museo. Però all’interno di casa mia c’era già una collezione: io sono tuttora una sorta di collezionista di oggetti vari, oggetti di plastica, giradischi, radio. E poi c’è il riferimento alla strada in cui mi trovavo, Vico Santa Maria Apparente.
GF: Poi hai usato un gioco di parole anche quando ti sei trasferito nella sede attuale.
CF: Certo, non potevo astenermi. Anche qui ci sono vari giochi di parole, avendo ben presente le versioni “acappella” dei Long Playing, mi piaceva l’idea che, trattandosi di un singolo ambiente, gli artisti avessero lì una “voce pura” priva di qualunque strumento. E poi siamo in via Cappella Vecchia.
GF: Hai smesso di fare l’artista o stai continuando un percorso anche in quella direzione?
CF: Disegnavo, facevo installazioni. Da quando ho iniziato a fare mostre per gli altri, ho dovuto necessariamente mettere da parte la pratica. Però il modo di pensare è lo stesso, l’idea artistica ha la stessa valenza, sia che la metta in atto tu, sia che lo facciano gli artisti che mostri.
GF: Qual è il filo conduttore che unisce gli artisti che scegli?
CF: C’è molta figurazione, ultimamente c’è molta pittura. Però non è un limite: abbiamo fatto una mostra di Hella Gerlach con sculture di lana appese al soffitto, e mostre con Pennacchio Argentato con uno sfondo che il visitatore poteva trasformare. Il concetto va trasformandosi ogni volta.
GF: Tornando a Napoli: la città vive un momento di grande energia per l’arte contemporanea. Tu come ti posizioni in questo ecosistema, che tipo di collezionista cerchi di intercettare?
CF: La soddisfazione più grande è quando trovi il piccolo collezionista, l’amico o il tuo coetaneo che si innamora di un’opera e vuole averla nel salotto di casa sua. Quello è sempre il miglior cliente possibile. Il grande collezionista, quello che lo fa per professione e che ormai si sostituisce quasi al ruolo del gallerista o del museo, fa sempre tanti ragionamenti diversi.
GF: Qual è il progetto o l’artista su cui stai puntando di più in questo momento?
CF: Sono sempre entusiasta di tutti gli artisti, le mostre e le collaborazioni che faccio. Sicuramente ultimamente è molto bello e stimolante seguire i più giovani. Partendo per esempio dalla personale di Leonardo Devito, sono arrivato a Michele Cesaratto e da Michele a Valentina Artone. È un piccolo gruppo di artisti che gravita tra Firenze, Torino e Venezia.
Ho trovato in loro una nuova rappresentazione. Leonardo ha un suo immaginario pieno di riferimenti colti e classici, mentre Michele Cesaratto utilizza tecniche antiche: mi piace tantissimo che un ragazzo giovanissimo di venticinque anni si servisse della tempera all’uovo, del pigmento naturale, delle tavole di legno. Lavorano con tecniche tradizionali e preferiscono partire direttamente dal passato. Le dinamiche di mercato: fiere internazionali e il ruolo del piccolo collezionista

GF: Come riesci a comunicare tutto questo fuori da Napoli e raggiungere collezionisti internazionali?
CF: Aiutano tantissimo le fiere. È un discorso imprescindibile perché parte del sistema e perché Napoli geograficamente non è proprio al centro dell’Europa, quindi arrivare a Torino, Bologna o in Svizzera significa avere la possibilità di far conoscere gli artisti fuori.
GF: Sono impegnative e sono una scommessa.
CF: I costi sono disumani. Spendi tanto per un’artista che magari ha quotazioni ancora basse. Ora vado in Svizzera a fare Liste, la fiera di Basilea durante Art Basel. È considerata un po’ l’olimpo per le giovani gallerie, ma devi vendere tantissimo solo per recuperare le spese. Però è lì che avvengono le cose più importanti: l’anno scorso con Michele Cesaratto, in quell’occasione, è nata una mostra bellissima a Colonia da Braunsfelder e la possibilità di un’altra collaborazione con una galleria di New York.
Ricerca, talenti emergenti e scommesse vincenti: il futuro di Galleria Acappella
Dalla dimensione intima e sperimentale di una casetta di legno fino alle complesse dinamiche e agli ingenti investimenti delle fiere internazionali, il percorso di Corrado Folinea dimostra come una visione curatoriale profondamente personale possa superare i naturali limiti geografici. La scelta di supportare giovani artisti che recuperano tecniche e materiali della tradizione pittorica, unita al coraggio di scommettere su palcoscenici competitivi, delinea un approccio al mercato fatto di ricerca e legami sinceri.
Una sfida complessa, ma che – come confermano le recenti mostre in Germania e negli Stati Uniti – ripaga la scommessa iniziale, portando una “voce pura” ben oltre i confini della città.





