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domenica, Dicembre 4, 2022

Diario bolognese #1- Arte Fiera 2017: tante novità… poche novità

del

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Sulla carta sembrava dovesse essere un po’ l’edizione del cambio di passo per Arte Fiera, ma alla fine l’effetto delle novità introdotte dalla nuova direttrice artistica mi sembra sia stato quasi annullato dalle logiche di mercato. Evidentemente più forti di ogni aspirazione curatoriale. E questo a partire dall’annuciata commistione di moderno e contemporaneo che doveva abbattare, finalmente, la rigida divisione tra i due periodi. Divisione che, invece, è apparsa piuttosto netta, con quasi tutte le gallerie che seguono la produzione artistica più recente inserite nella hall 25. E qualcosa ci sarebbe da dire, forse, anche sulla proposta artistica complessiva di questa 41esima edizione di Arte Fiera, mediamente poco interessante e con rarissime novità anche tra lo “storicizzato”. Per non parlare della nuova veste grafica, sulla carta moderna e accattivante, ma che, usata solo nelle aree relax e all’entrata, ha reso l’allestimento – giocato solo sui toni del bianco e del grigio – piuttosto algido. Ma procediamo con ordine.

 

Che fatica portare il contemporaneo ad Arte Fiera

 

In fondo c’era da aspettarselo. Il contemporaneo vero, ad Arte Fiera, non è di casa da molto tempo e qui il collezionista tipico cerca, principalmente, lavori di artisti ormai storicizzati. Tant’è che anche tra gli espositori della hall 25 sono stati in pochi ad osare e la maggior parte delle opere presenti negli stand è molto decorativa; magari bella a vedersi, ma abbastanza inconsistente. E a spiccare, in questo scenario, sono veramente poche le gallerie. Tra queste, la prima da citare è la fiorentina Eduardo Secci (hall 25, B/68) che a Bologna presenta una serie di lavori dello svizzero Zimoun (1977), famoso per le sue sculture ed installazioni sonore, realizzate combinando materiali grezzi ed industriali, come nel caso di 120 prepared dc-motors che campeggia all’esterno dello stand della galleria realizzata con scatole di cartone. Molto belli, peraltro, anche i lavori su carta fatta mano con fibra di gelso a firma di Monika Grymala. Sicuramente uno degli stand più belli della fiera.

Zimoun, 120 prepared dc-motors , 2016
Zimoun, 120 prepared dc-motors , 2016

Molto interessante anche la proposta della galleria Piero Atchugarry (hall 25, B/47) che quest’anno ha portato a Bologna, tra gli altri, una serie di opere del giapponese Yukem Teruya nei cui lavori, realizzati principalmente con carta, sono spesso presenti riferimenti alla cultura attuale, tra consumismo e globalizzazione, sapientemente abbinati a tecniche artigianali della sua terra d’origine, l’isola di Okinawa. Tecniche con cui l’arista, collocabile all’interno di quello che è il fenomeno Neo Pop giapponese, riscatta oggetti poveri, di uso comune, ritagliando su di loro un varco per il mondo organico, ritrovandogli così uno strato naturale.

Yukem Teruya, un lavoro dalla serie New York Time, 2011
Yukem Teruya, un lavoro dalla serie New York Time, 2011

 

La terza galleria che spicca tra quelle più votate al contemporaneo presenti ad Arte Fiera è poi la berlinese Galleria Mazzoli (hall 25, A/31), che porta lavori di artisti come i nostri Christian Fogarolli, Roberto Pugliese e Michele Spanghero. Ed è forse quest’ultimo il vero protagonista dell’allestimento, con la scultura sonora Ad Lib.: imponente installazione composta da un set di canne d’organo suonate da un apparecchio elettromedicale per la ventilazione artificiale e che gioca sulla molteplicità dei significati che può avere il termine “organo” e, allo stesso tempo, con quel titolo che in termini musicali significa “a piacere”, ci fa riflettere su temi come l’accanimento terapeutico.

Una vista dello stand della Gallerie Mazzoli con, sulla sinistra, l'opera Ad LIb (2016) di Michele Spranghero.
Una vista dello stand della Gallerie Mazzoli con, sulla sinistra, l’opera Ad LIb (2016) di Michele Spranghero.

Tra le opere allestite nei vari stand della hall 25 spiccano, in uno scenario mediamente poco stimolante, alcuni lavori di singoli artisti emergenti, principalmente italiani, e che meritano certamente attenzione. E’ il caso di Gianni Moretti  presente, con alcuni lavori recenti, nello stand della galleria Montrasio Arte (Hall 25, A/79), o di Gugliemo Castelli, portato in fiera da Francesca Antonini (Hall 25, A/75). E molto belle sono anche le sculture del giovane Paolo Migliazza candidato al premio Euromobil Under 30 e presente nello stand della galleria L’Ariete (Hall 25, B/48).

E interessanti sono anche i lavori di Ivan Barlafante presentati dalla Galleria Michela Rizzo (Hall 25, A/43) e quelli di Paolo Bini proposti dalla Galleria Nicola Pedana (Hall 25, B/73). Tutti nomi, quelli appena citati, che sono una dimostrazione di come la scena artistica contemporanea italiana sia vivace e qualitativamente ottima. Tanto che, forse, meriterebbe un po’ più spazio anche ad Arte Fiera, ma, stando anche ai commenti abbastanza sprezzanti di alcuni visitatori, riportare qui il contemporaneo, quello vero, appare la missione più faticosa.

 

Se i vecchi trend faticano a cambiare

 

Dalla Hall 25 spostiamoci alla 26. La sezione dedicata al moderno, o meglio, al contemporaneo storicizzato è stata sempre lo zoccolo duro di Arte Fiera. Ma quest’anno, nononstante lo sforzo apprezzabile di ridurre il numero delle gallerie a favore della qualità, la proposta media è apparsa abbastanza deludente. I nomi, i soliti, c’erano tutti, ma spesso con opere di minor importanza rispetto al passato. Se non addirittura con lavori già visti nel 2016. Segno dei tempi e Arte Fiera, da sempre una bussola per capire i nuovi trend di mercato, rispecchia quanto si è già visto, infatti, nel settore delle aste dove alcuni “filoni aurei” si stanno esaurendo e, piano piano, ne mergono altri o almeno si testano. Con tutto quello che ne consegue in termini di incertezza su cosa proporre. Tanto che non pochi stand hanno optato per una selezione trasversale, proponendo insieme artisti cinetici, un po’ di Pop Art romana e di Pittura Analitica. Con buona pace di ogni intento “progettuale” o “curatoriale” che dir si voglia. Spesso, peraltro, le opere presenti sono anche di produzione tarda rispetto ai periodi d’oro degli artisti portati in fiera. Di fatto la parte migliore della Hall 26 è il corridoio di destra dove si trovano gli stand, sempre elegantissimi e con opere di assoluto pregio, della Galleria dello Scudo – che, tra gli altri, portava una serie di lavori bellissimi di Giuseppe Spagnulo e una tela splendida di Tancredi – , Mazzoleni Arte e Tornabuoni Arte, con una bella selezione di lavori di Burri e di Marino Marini.

Ben curato ed elegante anche lo stand di Open Art che, a Bologna, ha portato quattro mini-personali dedicate a Jiri Kolar, Paul Jenkins, Conrad Marca-Relli e Walter Fusi. Ma, insomma, nel suo insieme niente di nuovo sotto il sole della hall 26. In termini di novità, infatti, sono solo un paio gli espositori che mi sento di citare: Osart Gallery e 10 A.M. Art. La prima ha portato in fiera, ad esempio, una serie di opere storiche di Shusaku Arakawa, come la tela Mistake, omaggio dell’artista a Duchamp. Ma anche alcuni lavori superbi di Pietro Fogliati, come la bellissima scultura “di luce” da titolo Realtà Virtuale. Tanto per citare alcuni dei nomi presenti nello stand di Osart.

Shusaku Arakawa, Mistake
Shusaku Arakawa, Mistake

La 10 A.M. Art, realtà che si sta sempre più affermando nel campo dell’arte ottico-cinetica, accanto a lavori storici di Marina Apollonio e Franco Grignani, ques’anno ha portato a Bologna una bellissima selezione di lavori di Mario Ballocco che, in maniera quasi filologica, attravarsano alcune delle principali tappe delle sue ricerche ottiche, mostrandoci a pieno quale sia stato il suo ruolo di pioniere delle ricerche optical. Per non parlare dei lavori storici di Luigi Veronesi, messi in dialogo con le sperimentazioni fotografiche di Grignani. Uno stand di qualità museale.

Una vista dello stand di 10 A.M. Art con lavori storici di Mario Ballocco.
Una vista dello stand di 10 A.M. Art con lavori storici di Mario Ballocco.

Da rilevare, infine, una presenza minore rispetto a quello che ci si poteva attendere di opere della Pop Art romana, di fatto rappresentata quasi unicamente da Mario Schifano e Tano Festa. Interessante, invece, l’emergere in modo sempre più consistente di artisti come Bruno Munari, Ugo La Pietra, Emilio Isgrò e Scarpitta. Tutti segni di un cambiamento in atto, già “ufficializzato” anche dalle aste, e che certametne caratterizzerà un po’ tutto il 2017.

 

Fotografia: poca ma buona

 

Tra le “novità” di questa edizione, quella meglio riuscita è certamente la sezione dedicata alla Fotografia. Dopo il “divorzio” con Mia Fair, la presenza di gallerie di fotografia è stata fortemente ridimensionata e quest’anno sono solo 9. Tutte di ottima qualità. Ma soprattutto questa è la sezione curata personalmente da Angela Vettese che ha selezionato i partecipanti basandosi sulla proposta artistica e non sul “brand”. E il risultato è ottimo e ci fa intuire cosa potrebbe essere Arte Fiera se questo modus operandi fosse adottato per tutta la manifestazione. Invece di affidarsi, nelle selte, ad un comitato composto prevalentemnte da galleristi. Cosa, peraltro, piuttosto discutibile in termini proprio di “etica”. Detto questo, basta dare uno sguardo allo stand della MLB Gallery dove, in pochi metri quadri, sono presenti alcuni dei nostri migliori fotografi: da Silvia Camporesi a Mustafa Sabbagh, passando per la giovanissima Anna di Prospero, una promessa della fotografia italiana che sta avendo un ampio consenso di pubblico e non solo.

Anna di Prospero, Self-portrait with my mother, 2011
Anna di Prospero, Self-portrait with my mother, 2011

Insomma, chiudendo questo nostro primo reportage da Bologna, il processo di rinnovamento di Arte Fiera sembra essere iniziato in modo piuttosto timido, non soddisfacendo quasi per niente quelle che erano la aspettative nate dopo la presentazione del progetto. Questo non vuol dire che non ci siano opere interessanti, alcune ve le abbiamo citate, altre le scoprirete da domani. Ma sicuramente quello che manca a questa edizione è, in assoluto, la “freschezza”.

Nicola Maggi
Nicola Maggi
Giornalista professionista e storico della critica d'arte, Nicola Maggi (n. 1975) è l'ideatore e fondatore di Collezione da Tiffany. In passato ha collaborato con varie testate di settore per le quali si è occupato di mercato dell'arte e di economia della cultura.
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