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mercoledì, Luglio 6, 2022

Italian Council: chi lascia la strada vecchia per la nuova…?

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Lo scorso ottobre poteva essere ricordato come un passaggio importante nel processo di (lento) riconoscimento dell’arte contemporanea come nuovo asset di crescita per i beni culturali italiani. Numerosi quotidiani nazionali, infatti, hanno plaudito alla nascita dell’Italian Council che, come recita il comunicato stampa fornito dal MiBACT, dovrebbe essere “una nuova struttura per sostenere l’arte contemporanea nazionale”, creata secondo “l’esempio del British Council e della Mondriaan Fonds”. L’annuncio dell’iniziativa è stato dato dal ministro stesso, in occasione della giornata di presentazione della dodicesima giornata del Contemporaneo, organizzata dell’Associazione dei Musei di Arte Contemporanea Italiani.

Sul fronte nazionale, l’Italian Council dovrebbe operare all’interno della Direzione Generale arte e architettura contemporanee e periferie urbane del MiBACT e avrà il compito di promuovere il contemporaneo, sempre nell’ambito del PAC. Quest’ultimo è un acronimo derivato da Piano per l’Arte Contemporanea, un progetto introdotto nel 2001 con uno stanziamento annuo di 10.000 milioni (sì, ma di lire). Purtroppo, procedendo verso l’analisi degli obiettivi, i contorni si fanno più sfumati e si precisa unicamente un indeterminato e generico contributo alla promozione, produzione e conoscenza del contemporaneo nostrano.

Sul versante internazionale, secondo il comunicato stampa (per ora unica fonte di informazioni disponibile), l’Italian Council avrà il compito di operare in sinergia con il Ministero degli Affari Esteri e la rete degli Istituti Italiani di Cultura presenti all’estero “sia per incrementare le collezioni pubbliche attraverso la promozione e l’acquisizione di opere di artisti italiani contemporanei, sia per rafforzare la presenza dei nostri autori sulla scena internazionale”.

In quest’ottica, la valorizzazione del contemporaneo italiano al di fuori dei confini nazionali sembra destinata alla creazione di un canale di distribuzione dell’arte contemporanea italiana all’estero. La legge 401 del 1990 asserisce che gli Istituti Italiani di Cultura hanno il compito intraprendere “contatti con istituzioni, enti e personalità del mondo culturale e scientifico del paese ospitante a favoriscono le proposte e i progetti per la conoscenza della cultura e della realtà italiane”. In poche parole, l’Italian Council, in collaborazione con gli istituti italiani all’estero, può promuovere le opere degli artisti nostrani in vista di future operazioni di vendita e/o prestito.

L’operazione, certamente interessante e innovativa nel suo genere, appare, tuttavia, macchinosa, se finalizzata alla sola promozione commerciale del contemporaneo italiano: perché, infatti, portare le opere (poche) all’estero quando con un’efficace misura fiscale si potrebbero più facilmente attirare (tanti) nuovi acquirenti nel nostro paese?

In Italia, la vendita di opere d’arte da parte di soggetti detentori di partita IVA (Gallerie e Case d’Asta) è soggetta ad un’aliquota del 22% e anche il commercio effettuato dall’autore stesso o da eredi è soggetto ad un’imposizione del 10%. Scontando una delle più alte imposte sul valore aggiunto a livello europeo, il nostro mercato dell’arte stenta a reggere il confronto con altri paesi certamente più avvantaggiati e previdenti.

La soluzione più semplice per rilanciare il nostro contemporaneo (e la sua commercializzazione) potrebbe essere proprio quella di adottare una aliquota per la compravendita di opere d’arte al 4%, capace non solo di rilanciare il mercato italiano, ma favorire l’acquisto delle nostre opere da parte di collezionisti e investitori esteri.

Purtroppo, sembra che la direzione segnata dal ministero sia molto più farraginosa e lenta, quasi come se si volesse a tutti i costi scavare una buca con secchiello e paletta (promuovere le opere italiane all’estero per aumentarne l’appeal), piuttosto che impiegare una escavatrice meccanica, ridurre lo sforzo e semplificare così il lavoro di tutti (imporre un’aliquota fiscale agevolata al 4% su tutta l’arte commercializzata in Italia).

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  1. Personalmente ho scritto, fra il 2015 e il 2016, a diversi Istituti Italiani di Cultura all’estero(vedi Parigi, California, New York, Londra, ect), per aver la possibilità di esporre le mie opere(uno dei pochi artisti che realizza le sue opere ad intarsi pittorico ligneo), la risposta è stata sempre la stessa “non abbiamo fondi, la crisi ha colpito anche noi”. Ciò premesso, di quale Istituti Italiani della Cultura parliamo? Se sono gli stessi di quelli che io ho contattato, perchè non abolirli invece di spendere soldi per mantenerli in vita?
    Grazie, e buona giornata

    • Domanda più che legittima… anche se va detto che la situazione dei nostri Istituti di Cultura è molto varia a seconda dei Paesi. Il problema di fondo è che soffrono dei mali della nostra Cultura e necessiterebbero di maggiori investimenti per poter svolgere un’attività realmente incisiva sul fronte della promozione della nostra cultura nel mondo.

      • Caro Gambino, anch’io ho avuto la stessa esperienza, poi ho capito che il problema non sono i soldi ma il modo in cui chiedi e cosa dai in cambio e vedrai che magicamente i soldi arrivano.

        • Caro Amellin, ho capito cosa vuoi dire ed avevo già capito fin da quando ho presentato la mia prima richiesta. Nella mia vita seguo sempre un’etica morale e artistica ed è contro la mia etica fare oggetto di scambio per vedere realizzare un mio evento, che nella fattispecie è una cosa dovuta .Io chiedo sempre cose lecite dove ho una presunzione di diritto,se ho ostacoli raggiro il problema altrimenti cambio strada. Con questa gente e come lottare contro i “Mulini al Vento” ed io non ho tempo da dedicare a loro. Grazie e buon lavoro.
          P.S. seguo sempre i tuoi commenti, bravo

      • Che ci sia un problema di fondi/investimenti lo penso pure io, ma allora se non posso svolgere il compito principale che è quello di divulgare la cultura/arte italiana e sponsorizzare gli artisti italiani (se no erro art.8 dello statuto) perchè non abolirli dato che il loro costo non è indifferente?

  2. BLA-BLA-BLA condivido la nota tecnica, ma caro Monti potevi spendere una riga sul flop della Giornata del Contemporaneo e sulla NON VEDENTE Dott.ssa Belli che l’ha ideata, buone le intenzioni ma costoro cosa hanno tirato fuori dal cilindro ? NON SERVE promuovere l’arte perché l’arte si promuove da sé medesima in virtù del suo successo sulla qualità del prodotto. Perciò serve una Biennale che rispetti i propositi fondativi dove lo spazio dato era consacrato alla ricerca e alla vera innovazione creativa ; mentre da decenni galleristi qualunque con curatori, tranne qualche rara eccezione, hanno fatto della Biennale di Venezia una banalità. SA

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