Dimenticate la bussola, armatevi di pazienza (e di una mappa): la trentesima edizione della fiera milanese debutta nella nuova sede Allianz MiCo tra le “Blue Chips” al secondo piano, le gallerie storiche nel seminterrato e le scoperte dell’area d’ingresso che sfidano il senso dell’orientamento.
Trent’anni sono l’età dei bilanci, ma per Miart sono l’età della sperimentazione estrema. Sotto la direzione di Nicola Ricciardi, la fiera spegne le candeline traslocando nella South Wing di Allianz MiCo, proprio all’ombra dei grattacieli di CityLife. Il tema? New Directions. E mai titolo fu più profetico, visto che la cosa più impugnata durante la VIP preview non è stata un calice di champagne, ma la mappa degli stand.
La geografia del contemporaneo
Il nuovo percorso espositivo richiede un cambio di passo. Si entra dal verde del parco e ci si ritrova al Livello 1, dove l’area dell’editoria lancia il visitatore verso la sezione Emergent. Qui l’aria è fresca, la pittura si conferma solida e protagonista, affiancata da installazioni e ceramiche che dettano il ritmo delle ricerche più attuali.
Scendendo al Livello 0 (il seminterrato), ci si immerge nel cuore pulsante della fiera: 110 gallerie (delle 160 totali, provenienti da 24 paesi) che compongono la sezione Established. In questo piano la distinzione netta tra moderno e contemporaneo sfuma in una commistione di stili e cronologie, offrendo una panoramica che abbraccia oltre un secolo di arte. È qui che troviamo la Galleria d’Arte Frediano Farsetti, con uno stand che è un piccolo museo del Novecento: si passa dai capolavori metafisici di Savinio e De Chirico fino a un pezzo di storia milanese, il pannello di Keith Haring dipinto per lo storico negozio di Elio Fiorucci in San Babila.
Poco distante, la Galleria dello Scudo propone un dialogo audace tra le opere degli anni ’80 e ’90 di Emilio Vedova e la produzione più contemporanea delle gallerie in fiera, dimostrando quanto la gestualità del maestro veneziano resti incredibilmente attuale per il gusto del collezionismo odierno.
Convince molto, sempre a questo livello, anche la proposta di C+N Canepaneri, che schiera lavori di Claudio Costa, Shuai Paolo Peng, Taisia Korotkova e Ginevra Petrozzi in uno stand tra i più apprezzati dai corridoi fin dalle prime ore.
Storie, dettagli e quotazioni
Oltre ai grandi nomi, sono le narrazioni particolari a fermare il flusso dei visitatori. Da Abbondio, Gerhard Merz espone un site-specific intitolato Ça Ira. Il prezzo? 160.000 euro. Prendere o lasciare, l’opera si vende solo in blocco.
C’è poi l’ironia colta di Stefano Perrone da Ribot Gallery: l’artista traduce in pittura a olio gli screenshot che popolano i nostri smartphone — dai cocktail Martini ai tutorial su come sgusciare le uova — completi di watermark personalizzati con le sue iniziali. Un’operazione che gioca con l’estetica dell’accessibilità digitale, con prezzi che oscillano tra i 2.400 e i 5.500 euro per le singole opere.
Da Glauco Cavaciuti, il lavoro di Serena Vestrucci distilla in grafite — carbonio puro, base della vita — le suggestioni del Sardinia Radio Telescope. La sua opera Moti rivoluzionari è un grande disco che da lontano appare come un monocromo grigio, ma da vicino rivela un’unica, infinita e minuscola onda frutto di tre mesi di lavoro. Un cortocircuito visivo che gioca tra i moti celesti e l’impossibilità umana di cogliere, in un solo sguardo, la totalità e il dettaglio.
Il gran finale al secondo piano
Per chi ha la costanza di risalire fino al Livello 2 — un percorso non immediato che richiede di riguadagnare l’ingresso per prendere nuove scale mobili — la ricompensa è una zona ristoro scenografica con vista sulle Tre Torri e la sezione Established Anthology. È qui che si trovano i pesi massimi internazionali come Lia Rumma, con una profonda riflessione di Joseph Kosuth su Gertrude Stein, e Ben Brown Fine Art. Quest’ultima espone il lavoro di Vik Muniz: intricati collage di ritagli di riviste che, visti alla giusta distanza, ricreano i grandi capolavori della storia dell’arte con la precisione di una pennellata.
Sebbene sia ancora presto per tirare le somme definitive di un’edizione visitabile fino a domenica, l’affluenza registrata fin dalle prime ore è notevole: dai grandi collezionisti agli operatori delle case d’asta, dai giornalisti fino ai molti curiosi, il sistema dell’arte si è ritrovato compatto in questo nuovo “spartito” milanese.
Il verdetto? Miart 30 è una fiera che non vuole essere una celebrazione statica, ma un organismo in movimento. Forse meno intuitiva rispetto agli anni passati, ma decisamente più coraggiosa. Se il jazz è l’arte dell’imprevisto, quest’anno la fiera ha suonato una nota altissima. Portatevi le scarpe comode.







