A poco più di un mese dall’apertura della Biennale Arte di Venezia, la città si trasforma da semplice palcoscenico a fulcro di una risonanza che scuote le fondamenta della rappresentazione. Mentre Venezia si prepara a vivere questo evento, la Collezione Pinault intraprende un percorso che va oltre l’esposizione: si tratta di un’indagine autentica sulle tensioni del presente, espressa attraverso le voci di Michael Armitage, Amar Kanwar, Lorna Simpson e Paulo Nazareth.
Palazzo Grassi: l’immaginario che interroga il reale
C’è un momento, salendo al primo piano di Palazzo Grassi, in cui lo sguardo perde appigli. Non è solo una questione di immagini, ma di orientamento: ciò che si vede non coincide mai del tutto con ciò che si riconosce. È qui che prende forma una delle operazioni più rilevanti della stagione: una polifonia visiva in cui realtà e visione, documento e immaginario, agiscono simultaneamente.
Le mostre The Promise of Change e Co-travellers non condividono semplicemente uno spazio: entrano in risonanza, interrogando, ciascuna con il proprio linguaggio, la possibilità di raccontare il presente.
La pelle della storia: Michael Armitage

Installation view Marco Cappelletti Studio.
Al primo piano, si viene accolti dalla matericità vibrante della pittura di Michael Armitage. Il lubugo, tessuto di corteccia segnato da ferite naturali, diventa una “tela politica” su cui si inscrivono tensioni contemporanee: elezioni, violenza, crisi migratorie, retoriche del potere.
La sua è una narrazione feroce e stratificata. Mentre Palazzo Grassi si affaccia sull’acqua, le sue opere evocano un’altra acqua: quella delle traversate, delle attese, delle disillusioni. La migrazione non è solo tema, ma diventa un dispositivo visivo.
Armitage crea immagini in cui coesistono molteplici temporalità e geografie: mitologia, letteratura africana e arte storica europea (da Francisco Goya alle tradizioni dell’Africa orientale) si intrecciano in una composizione instabile. Il risultato è una pittura che non riflette la realtà, ma la assorbe e la restituisce come una visione cruciale.
Il silenzio come forma politica: Amar Kanwar

Al secondo piano, il regime percettivo subisce un radicale cambiamento. Il fragore cromatico di Armitage cede il passo al rigore poetico di Kanwar.
Co-travellers invita a un rallentamento. Il dialogo tra The Torn First Pages, un’ode alla resistenza in Birmania, e The Peacock’s Graveyard crea uno spazio in cui l’immagine non si impone, ma emerge. Nel buio dell’ultima installazione dell’artista, sette schermi invisibili e cinque storie si intrecciano in una coreografia percettiva. Non ci sono figure, ma tracce, testi, immagini metaforiche. Il raga che accompagna l’opera introduce un tempo dilatato, quasi ipnotico.
Kanwar esplora la fragilità della memoria e la giustizia della verità stessa. Le sue narrazioni non spiegano il mondo, ma insegnano a sostarvi dentro. La bellezza, qui, non è un fine estetico, ma uno strumento etico.
Punta della Dogana: identità instabili e geografie in movimento
Attraversando il Canal Grande si entra in un’altra soglia. Punta della Dogana, sospesa tra mare e cielo, amplifica una sensazione di instabilità che si presta a nuove interpretazioni.
Qui, Simpson e Nazareth sfidano le convenzioni della rappresentazione e della costruzione dell’identità, aprendo a nuovi immaginari.
Lorna Simpson: incisioni della memoria

(wall, from left to right) Lorna Simpson, Then & Now, 2016, Tate: Presented by Tate Americas Foundation, purchased using endowment income 2017, accessioned 2021 (T15605); Three Figures, 2014, Forman Family Collection; Black Nebula, 2016, Collection of the artist; Polka Dot & Bullet Holes #2, 2016, The Holly Peterson Collection, New York
Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Con Third Person, Simpson crea una mostra che funge sia da archivio che da frattura. La sua pratica si fonda su un gesto preciso: scomporre le immagini per rivelarne le mancanze.
Dai collage alla pittura, il suo lavoro mette in crisi la neutralità dello sguardo. Le superfici sono porose, attraversate da elementi naturali che evocano instabilità: ghiaccio, acqua, nuvole. Ma è il gesto dell’incisione a segnare un punto decisivo: Simpson graffia la pittura, iscrive una seconda narrazione dentro la prima. La memoria non viene restaurata, ma riaperta.
In dialogo con il linguaggio architettonico di Tadao Ando, le figure femminili emergono come presenze monumentali e ambigue. Non chiedono di essere interpretate, ma di essere affrontate. È qui che la rappresentazione mostra le sue falle.
Paulo Nazareth: camminare come contro-narrazione

(wall, from left to right) Paulo Nazareth, Oblie, 2016, Pinault Collection; MAQINA DE REVER O PASSADO, 2019, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York; CONTINENTS APPROACHING MACHINE, 2019, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York.
(center, video) Paulo Nazareth, L’Arbre D’Oublier, 2013, Pinault Collection.
Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Al piano superiore, Nazareth sposta il discorso sul piano esperienziale. La sua pratica del camminare è insieme gesto artistico e atto politico. Algebra, dal termine arabo al-jabr, “rimettere insieme ciò che è rotto”, si trasforma in un metodo. Non si tratta di esporre opere, ma di attivare relazioni.
Il percorso si sviluppa come un continuum di stazioni. Tra queste, Notícias de América condensa mesi di cammino, trasformando l’esperienza migratoria in narrazione incarnata. La linea di sale che attraversa le sale è forse l’immagine più potente: una sottile striscia che evoca una nave negriera. In un edificio nato per contabilizzare merci, Nazareth introduce ciò che la storia ha escluso dal conto: corpi, violenze, memorie.
Il suo lavoro non rappresenta il mondo: lo attraversa. E in questo attraversamento costruisce una conoscenza che è sempre relazionale.
Un dialogo necessario
Questa doppia proposta non è un semplice programma espositivo, ma un dispositivo critico. Da Armitage, che usa la corteccia per raccontare la migrazione, a Nazareth, che usa il sale per evocare la storia coloniale, il filo conduttore è chiaro: ricostruire un presente fratturato attraverso una pluralità di voci.
Venezia, città di scambi, transiti e stratificazioni, diventa il palcoscenico per questa “algebra del visibile”. Qui, la fragilità della memoria incontra la potenza dell’attivismo.
INFO E DATE
Palazzo Grassi Michael Armitage. The Promise of Change Amar Kanwar. Co-travellers Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027
Punta della Dogana Lorna Simpson. Third Person Paulo Nazareth. Algebra Dal 29 marzo al 22 novembre 2026




