La mattina Leoni, la sera cojoni

del

Le baruffe chiozzotte in laguna non finiscono di stupirci. L’ultima (?) riguarda le dimissioni “spontanee” della Giuria della Biennale Arte.

Pare, dicitur, che la Giuria sia venuta a più miti consigli in seguito alle pressioni degli ispettori del MIC, di quelle di Ca’ Giustinian e, soprattutto, dalla minacciata causa legale dell’artista israeliano contro la Giuria stessa e la Biennale, pronto a ricorrere alla Corte Europea per i diritti dell’uomo per discriminazione razziale e antisemitismo.

Che sarebbe potuto scoppiare una baraonda era nell’aria, fortissime le pressioni dalla UE ed evidente l’imbarazzo del governo, ma il coup de théâtre della Giuria francamente non ce lo si aspettava. In fondo è pure meglio, ci siamo tolte dalle scatole queste Erinni autoproclamatesi giustiziere del mondo per come piace a loro.

Ma il meglio di sé la Biennale lo dà nel rimediare al problema dell’assegnazioni dei Leoni, rimandati alla chiusura del 22 novembre e assegnati dai visitatori secondo democratico voto popolare. Quando si dice che xe pèso el tacòn del buso! siamo alla disintermediazione di grillina memoria, all’uno vale uno.

Insomma, la 61ma Biennale del Mango Three di Koyo Kouoh è nata sotto cattivi auspici. Il Nostro Gattopardo della Laguna, il René Guénon de Venexia alias Giafar al-Siqilli, ha combinato un bel casino. Il Russiangate, su cui si sono concentrati i giudizi politici italioti e gli strali della UE, ha indotto a guardare il dito e non la luna.

Giafar, al di là delle sacrosante rivendicazioni di indipendenza e autonomia della cultura dai contesti geopolitici che si sono rivelate una trappola, ha spostato il già inclinato baricentro della Biennale su posizioni alteromondiste, rivendicative e antioccidentali estreme. Se inviti la Flotilla in crociera nella laguna non puoi aspettarti che sconclusionati e aggressivi pregiudizi ideologici.

Ad onor del vero va detto però che il milieu artistico è piuttosto sensibile ai richiami dei marinai e qui la faccenda si fa, se mai possibile, dannatamente ingarbugliata. 

Non ci resta che dire: la mattina Leoni…

Lucien de Rubempré
Lucien de Rubempré
Critico d'arte per vocazione, collezionista per vizio, osserva il mondo dell'arte contemporanea con lo sguardo affilato di chi sa distinguere un capolavoro da una trovata di marketing e non ha remore a dirlo. Come il suo omonimo balzachiano, nutre ambizioni sconfinate e un talento naturale per la provocazione calibrata. A differenza di quello, però, non si lascia corrompere: le sue recensioni risparmiano i potenti solo quando se lo meritano, il che accade di rado. Scrive di mercato, musei e mostre con la precisione di un bisturi e l'ironia di chi ha visto troppi vernissage per emozionarsi ancora ma continua ad andare, perché in fondo spera sempre di essere smentito.

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