A due settimane dall’apertura della Biennale di Venezia, un’indagine sulla mostra curata da Koyo Kouoh tra ecologie del vivente, rituali ancestrali e geografie dell’estrazione.
Mentre la comunità scientifica ha segnalato di recente il superamento del settimo limite planetario, legato all’acidificazione degli oceani, quali visioni artistiche emergono dalla Biennale d’Arte di Venezia, barometro della creazione contemporanea globale, per cogliere la portata dei disequilibri ecologici attuali e delle sfide ontologiche che ne derivano?
Vista l’ampiezza e la ricchezza dei progetti espositivi, e nello spirito della Biennale che invita il pubblico a rallentare lo sguardo ed entrare in uno spazio di ascolto, l’indagine si articolerà in tre tappe, che permetteranno di attraversare i diversi livelli dell’esposizione: la mostra principale, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali. Questo primo articolo è dedicato alla mostra principale, a cura di Koyo Kouoh.
Un nuovo paradigma curatoriale

Il processo curatoriale di Kouoh, prima direttrice artistica della Biennale d’Arte di Venezia di origine africana, rivela fin dalla sua genesi il carattere sovversivo della sua mostra. Riunitosi a Dakar, presso il RAW Material Company — il centro culturale fondato dalla Kouoh nel 2008 — il comitato curatoriale avvia la prima fase della selezione degli artisti sotto l’ombra protettiva di un albero di mango, mediante un processo che intreccia dialoghi critici, episodi botanici e atmosferici: quando viene pronunciato il nome di un artista, un mango cade. Il fenomeno, ricorrente, ritma il flusso della discussione e introduce una forma di comunicazione interspecie, in cui il vivente sembra partecipare al processo decisionale. Si delinea così una nuova alleanza epistemica con il mondo non umano, che apre a una pratica curatoriale fondata su un’ecologia dell’attenzione, frutto di un ascolto esteso che si affida alla saggezza degli elementi.
Al di là del processo di co-selezione, anche il concetto curatoriale della mostra si radica profondamente nel mondo botanico. Il giardino creolo — ecosistema di grande biodiversità che intreccia piante alimentari, officinali e ornamentali, ma anche spazio di autosufficienza e resistenza nato in contesti di costrizione coloniale — costituisce il nucleo concettuale e architettonico di In Minor Keys.
Ma la singolarità maggiore di In Minor Keys rispetto alle recenti rappresentazioni dell’ecologia risiede nel netto cambio di prospettiva che opera all’interno di una manifestazione su scala internazionale. Attraverso la forte presenza di artisti originari dell’Africa, della sua diaspora e dall’America del Sud, la questione ambientale si sposta lontano da una visione occidentale spesso teorica o emergenziale, per soffermarsi su voci provenienti da territori in cui devastazione, estrattivismo e disuguaglianze climatiche costituiscono da tempo una condizione strutturale, e dove l’emergenza climatica non è una minaccia futura, ma una realtà già inscritta nei paesaggi, nei corpi e nelle memorie collettive. Più che immaginare un futuro “green”, questa Biennale interroga così i costi invisibili della transizione ecologica e propone forme di coesistenza fondate sull’ascolto, sulla reciprocità e su saperi marginalizzati dal paradigma occidentale moderno, trasformando l’ecologia da semplice oggetto di rappresentazione a esperienza concreta di relazione con il vivente.
In questo senso, In Minor Keys si pone in continuità con la Biennale 2024 Stranieri Ovunque di Adriano Pedrosa, che aveva già posto al centro il Sud globale, le epistemologie indigene e le soggettività diasporiche. Tuttavia, se nel 2024 il fulcro era la figura dello “straniero”, la Biennale di Koyo Kouoh sposta l’asse verso una grammatica delle relazioni materiali ed ecologiche, interrogando non più soltanto chi parla, ma i sistemi rendono possibile — o impossibile — la vita.
Un carnevale silenzioso del vivente

Guidate quindi da un processo curatoriale innovativo, radicato in un ecologia dell’ascolto, diverse voci artistiche presenti nella sezione principale della Biennale portano visioni che incarnano trasformazioni ecologiche, materiali e ontologiche del presente.
Ad aprire questo carnevale festivo ma silenzioso sono le sculture di Otobong Nkanga, che avvolgono le colonne del Padiglione Centrale ai Giardini come una pelle in mutazione. Nell’installazione Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust, mattoni locali, argilla e terra rivestono l’architettura, mentre vasi in ceramica ospitano piante che si espandono lentamente, insinuandosi nelle superfici fino quasi a inglobarle. La crescita vegetale introduce così una temporalità lenta e riparativa, in cui il vegetale non appare più come semplice sfondo passivo, ma come presenza attiva capace di riappropriarsi dello spazio.
Tra le opere probabilmente più struggenti si colloca la performance Blessing the Ancestors di Big Chief Demond Melancon, che si svolge ai Giardini come rito e processione, riconducibile alla Black Masking Culture di New Orleans. Indossando il suo costume “Jah Defender” (2020), l’artista ha attraversato lo spazio accompagnato dai membri della tribu Young Seminole Hunters — la cui presenza corale, attraverso call-and-response e recitazione, trasforma l’azione in un atto vivente di memoria e invocazione rivolto agli spiriti ancestrali. Qui il corpo non è soltanto presenza, ma soglia: uno spazio in cui memoria, conoscenza e agency politica si intrecciano. Attraverso movimento, gesto e suono, la performance apre una relazione con le forze elementari — acqua, aria, fuoco e terra — dando forma a uno spazio condiviso di resistenza, cura e gioia.
Se queste opere lavorano su una riconnessione sensibile con il vivente e le sue temporalità, altre spostano lo sguardo sulle infrastrutture materiali e sui costi nascosti di tale interdipendenza. È il caso di The End of the World di Alfredo Jaar allestita nei spazi dell’Arsenale. L’installazione mette in scena, attraverso una luce rossa immersiva, abbagliante e quasi spaventosa tipica del linguaggio dell’artista cileno, l’impatto geopolitico e ambientale dell’estrazione dei minerali necessari alle tecnologie digitali. Al centro dell’opera, un cubo composto da dieci materie prime strategiche — tra cui cobalto, litio, coltan e terre rare — diventa un dispositivo di condensazione delle tensioni globali legate allo sfruttamento delle risorse. L’opera rende qui visibile il paradosso della cosiddetta “transizione verde”, mostrando come la promessa di sostenibilità tecnologica si appoggi, in profondità, a processi estrattivi intensivi e a catene globali attraversate da devastazione ambientale, sfruttamento e conflitti geopolitici.

È in questo campo di tensioni — tra ciò che resiste, ciò che viene estratto e ciò che scompare — che il discorso della Biennale sembra infine spostarsi su un altro registro: quello del lutto come condizione condivisa. Forse una delle risposte più poetiche, e insieme più salvifiche, si trova nella serie di sculture Two Points in Time at Once di Nick Cave, in cui la fusione tra corpo umano ed elementi faunistici e botanici si impone come una possibile chiave di attraversamento del lutto. In un tempo segnato da molteplici perdite — estinzioni di specie e trasformazioni irreversibili dei paesaggi — il lutto cessa di essere una condizione individuale per diventare un’esperienza condivisa, che lega il vivente in una stessa trama di relazioni. Di fronte a un mondo esterno in mutazione, questa alleanza radicale non si offre come semplice metafora, ma come metodo per indossare l’habitus del disorientamento.




