Massimo Giorgetti, il fondatore del brand di moda MSGM, sta preparando le sue prossime collezioni uomo e donna ma non ha rinunciato a questo nostro incontro per parlare di arte contemporanea. Quanto è stato difficile riuscire a incastrarsi nella sua agenda, tanto è stato facile trovarsi in sintonia con lui, anche per la disponibilità a chiacchierare non solo della sua collezione. Appena sono entrato nel suo studio, pieno di libri, cataloghi e opere d’arte, gli ho subito svelato che avevo già abbozzato il suo ritratto di collezionista, quello che introduce questa intervista. Gli ho detto, infatti, che prima del nostro appuntamento mi ero dovuto preparare molto sul suo intenso rapporto con l’arte contemporanea. “Io invece non mi sono preparato” mi ha risposto, per mettermi a mio agio ho pensato. E prima di passare alle domande gli ho ribadito il perché avevo deciso di contattarlo su Instagram.
Massimo Giorgetti rappresenta quei collezionisti che oltre ad acquistare opere, diventano dei veri e propri engagé dell’arte contemporanea. Qualche anno fa, infatti, ha curato una mostra a Riccione dall’enigmatico titolo ANEMOIA, neologismo che indica la nostalgia per un luogo, una persona, un tempo di cui non si è fatta esperienza o conoscenza diretta.
Dopo aver letto alcune sue precedenti interviste, per lui parlerei piuttosto di nostalgia di futuro, per citare Ray Bradbury. Nelle sue parole si respira un’aria di curiosità per quello che accade in continuazione, un’attitudine a sperimentare e una capacità di percepire lo spirito dei tempi nel continuo divenire. Massimo Giorgetti ama molto questi tempi, i nostri giorni, e per essi ha coniato l’aggettivo sconfusionati. Nonostante questo, però, sembra proprio che li rincorra, anche per poi anticiparli.
Ma cosa si può inseguire quando si vogliono tallonare i tempi (e il tempo) nel loro essere proteiformi? Per Giorgetti sicuramente c’è la moda (e cosa c’è di più mutevole, passeggero e sfuggente?) e poi c’è tutto quello che di creativo la influenza e la feconda: la musica, i colori, i libri, le città (e Milano in particolare), la provincia di origine, le architetture e anche l’arte. Per un appassionato di contemporaneo come lui, che è diventato collezionista, un’opera d’arte è simbolo di un desiderio, è l’oggetto reale che rimanda a qualcosa di intangibile. L’arte contemporanea, poi, per un creativo potrebbe essere un detonatore di inventiva, o forse qualcosa di simile ad un enzima. Prima di incontrarlo mi sono chiesto: sono questi i motivi per cui la sostiene in varie forme?
Nelle sue risposte Massimo Giorgetti racconta molto del suo rapporto con le opere che possiede, una relazione che si intensifica molto dopo l’acquisto. Oltre ad aver curato mostre, Giorgetti è anche il fondatore e lead patron di Ordet – galleria/piattaforma di produzione artistica – che ha fondato insieme a Edoardo Bonaspetti e Stefano Cernuschi (la prima sede era nei vecchi uffici della MSGM, mentre ora è in via Filippino Lippi con accanto il bookshop di Lenz Press).
C’è di più: in occasione della personale di Davide Monaldi, nella galleria Ncontemporary, Giorgetti ha scritto per lui un testo di galleria in cui ha rievocato il primo incontro con una ceramica dell’artista in fiera, opera che ora fa parte della sua collezione. A proposito di fiere d’arte, dal Miart del 2023 è stato istituito il premio che porta il suo nome e che ha già assegnato 5.000 euro alle artiste vincitrici nel corso degli ultimi quattro anni Jenna Bliss, Isabella Costabile, Chiara Enzo e Theresa Buchner. Giorgetti è anche patron di Palazzo Monti, a Brescia, progetto fondato dal suo caro amico Edoardo Monti, inoltre qualche mese ha organizzato una sfilata della sua collezione tra le mura della Fondazione ICA – Istituto per l’arte contemporanea a Milano e mi ha anticipato che la prossima sarà proprio nella galleria ORDET.

Prima di cominciare gli ho chiesto se potesse dirmi il numero delle opere in collezione e ho scoperto che sono circa 200, anche se lui non le ha mai effettivamente contate, e poi ha aggiunto “l’ultima arrivata è un dipinto di Salman Thoor, visto ad Artissima, ma tutto è cominciato nel 2014 con l’acquisto di un arazzo di Boetti”.
Salvatore Ditaranto: Come collezionista c’è un fil rouge che tiene insieme la tua collezione?
Massimo Giorgetti: Più che un collezionista mi definirei un “casinista”. Non c’è un filo conduttore, né per le opere che si trovano in parte qui nel mio ufficio e nemmeno in quelle che ho in casa. Ci sono due cose di me che possono sembrare in contraddizione con l’idea che si ha di alcuni collezionisti: la prima è che non ho mai comprato un’opera con l’idea di fare un investimento, la seconda è che devo confessare che mi è capitato di rivendere un’opera. È successo soltanto una volta, era una tela di Nicolas Party, e tutt’ora me ne pento tantissimo. Mi avevano offerto una cifra che era quattro volte quello che l’avevo pagata e alla fine ho deciso di privarmene. Anche se mi pento tantissimo: mi manca quel ritratto!
SD: Si sente molto il dispiacere. Cosa è allora per te collezionare?
MG: Io colleziono soltanto opere che, non appena le vedo, mi emozionano tanto. Compro dipinti, o ceramiche, per il desiderio di avere l’arte a casa e di poterla guardare la mattina al risveglio o nel weekend, per il desiderio di tenere vicina un’opera in tutti i momenti che voglio. Non sono affrettato negli acquisti. Quando visito le mostre o le gallerie fotografo le cose che mi colpiscono e poi penso e ripenso a cosa ho fotografato. Solo quando capisco che c’è qualcosa che vale la pena di appendere in casa, allora la compro. Ogni mio acquisto è molto ponderato, pensato e valutato molto bene. Non acquisto mai istintivamente, anche se l’emozione che sento al primo sguardo, mi guida nelle riflessioni dei giorni successivi. Io vengo da una famiglia di umili origini e quando ho capito che, grazie al mio lavoro, potevo permettermi delle opere che mi piacevano e che avevo desiderato, alle fiere e nelle gallerie mi sono sentito come un bambino in un negozio di giocattoli. Ci sono stati momenti, in cui potevo scegliere se comprare un Boetti o un’opera di Carla Accardi, un dipinto di Fratino o una foto di Tillmans, che ho dovuto dire a me stesso di darmi una calmata. Sono una persona che pensa molto alla cifra che si spende per un’opera, ma spero di rimanere sempre così: uno che non pensa all’arte come ad un investimento finanziario.
SD: Qui nel tuo studio vedo alcuni dipinti e so che collezioni delle ceramiche. Hai anche opere di fotografia, videoarte o performances?
MG: Ho delle fotografie, ma non possiedo opere di videoarte. Ho un brutto rapporto con l’apparecchio televisivo, perché esteticamente non mi piace e lo terrei sempre nascosto. Non sono convinto mi piacerebbe avere delle opere per cui dovrei tenere acceso uno schermo. C’è un’opera di Diego Marcon che mi aveva emozionato molto, ma non ho voluto acquistarla per non doverla tenere chiusa in un magazzino o in uno storage. Soffro anche per i dipinti che non posso tenere esposti come vorrei, perché non ho abbastanza pareti libere…
SD: Hai curato la mostra Anemoia, hai fondato e sei patron di Ordet a Milano, hai istituito un premio per emergenti all’interno del MIART, hai scritto un testo di galleria per la personale di Davide Monaldi, hai organizzato una sfilata all’interno dell’ICA a Milano: il tuo rapporto con l’arte contemporanea mi sembra un continuo scambio, quasi enzimatico direi. Ne parleresti così o come?
MG: Non userei la parola scambio, perché presuppone un baratto. Io vivo l’arte più come un arricchimento in senso unidirezionale, mi sento di essere quasi un ladro che si arricchisce e basta. Mi sembra di dare poco in cambio rispetto a tutto quello che prendo.
In questo senso più che uno scambio enzimatico, che può sembrare una cosa alla pari, io direi che ricevo un arricchimento, fatto di gioia, bellezza, cultura, che è al tempo stesso estetico ed emozionale. Mi piace la tua definizione di scambio enzimatico ma io mi sento sempre in difetto, sento di essere uno che prende e non restituisce abbastanza.
Mi sento proprio un ladro di energie. Non so se esista una figura, come può essere Robin Hood, per dare l’idea che desidero essere sempre più un collezionista che ridà indietro, anche moltiplicato, quello che sento di ricevere dall’arte. Avverto molto questa responsabilità nei confronti dell’arte. E ti confesso che spesso, negli incontri con gli artisti, quello più emozionato sono io perché conosco persone che mi arricchiranno.

SD: Mi spiace non avere con me una telecamera, perché vorrei che il lettore potesse vedere e ascoltare la tua passione nel dirmi quello che provi. Il tuo entusiasmo è una calamita e credo che questo venga percepito da chi ti incontra, come sta succedendo a me. A proposito di incontri, Umberto Eco ha scritto “la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. A questo punto ti chiedo: qual è l’opera nella tua collezione che potrebbe sorprendere?
MG: Mi sarei dovuto preparare, così non avrei dovuto pensarci ora! (qui Massimo Giorgetti tira gli occhi all’insù, come quando tutti noi cerchiamo nella nostra memoria qualcosa che sappiamo esserci ma che dobbiamo ritrovare e dopo un po’ mi dice “ci sto pensando bene”! e poi riprende…)
Ci sono due opere di cui potrei parlarti, forse non sono le mie preferite, e sono appese entrambe nella mia sala da pranzo. La prima è una gigantesca opera di Brian Calvin, con una ragazza bianca, caucasica, come è nel suo stile, e di fianco ho messo un autoritratto di Thelonius Stokes, artista americano che vive a Firenze, che si è ridipinto di nero con il ghigno come Joker. Queste due opere, messe vicine creano un incidente culturale ed etnico in casa mia, e insieme mi emozionano sempre.
SD: Sembra che tu dia molta importanza non solo all’acquisto delle opere ma anche al loro allestimento.
MG: A casa mi sento un po’ come un curatore in galleria o per una mostra. Sposto, allestisco, gioco ad accostare le opere che insieme possono dire qualcosa o rappresentare un tema particolare, un’idea di comunità o una corrente espressiva. Ho una parete con opere di artisti LGBTQ+ e poi un’altra parete con artisti established. Su uno stesso muro ho appeso alcune opere di giovani artisti che abitano a Milano come Emilio Gola, Roberto de Pinto e Iva Lulashi. C’è poi la parete con opere astratte con Jim Lambie e un altro artista romano incredibile che si chiama Riccardo Cordero.
SD: A proposito di case mi viene in mente il romanzo “Un eredità di avorio e ambra”. Tra le pagine di quel libro si legge “gli oggetti sono sempre stati trasportati, venduti, scambiati, rubati, recuperati e perduti. Le persone hanno sempre fatto regali. Quello che conta è come racconti la loro storia”. C’è una storia che vorresti raccontare legata ad un’opera da te commissionata o posseduta?
MG: Fino ad ora non ho mai commissionato opere e forse potrei deluderti se ti dico che non ho una storia divertente…
(a sentire queste parole forse il mio sguardo è davvero deluso perché a questo punto Massimo Giorgetti si ricorda di qualcosa e mi racconta come è nata la sua amicizia con Nathalie Du Pasquier)
MG: Ho conosciuto Nathalie du Pasquier perché nei primi anni di MSGM avevo usato una sua bellissima stampa del periodo Memphis per delle T-shirt. La stampa mi era stata proposta da un’azienda che mi aveva assicurato che fosse libera da diritti e che io potessi usarla. Dopo un anno, mi arriva una mail della Nathalie du Pasquier che affermava che avevo copiato una sua stampa, di cui aveva la proprietà intellettuale, e mi chiedeva un modo per accordarci legalmente, anche dal punto di vista economico. Le ho risposto che per me era un piacere conoscerla, che ero da sempre un suo grande ammiratore e le ho proposto un incontro. Quando ci siamo visti le ho spiegato quello che era successo e che da parte mia non c’era dolo ma una grande venerazione. Non la faccio lunga: una cosa che poteva avere strascichi legali ha fatto nascere un’amicizia. Io poi ho comprato alcune opere di Nathalie du Pasquier e lei mi ha regalato i quattro stendardi-bandiere che si possono vedere nel mio ufficio. Ho anche una sua meravigliosa serie di dieci mini-quadri, che ho appeso in cucina, sulla gestualità con delle mani protagoniste. È successo anche con altri artisti, che dagli incontri nascessero interessanti amicizie e qualcuno mi fa anche arrivare delle piccole opere d’arte in regalo. Un gesto che mi colpisce sempre.

SD: “Ogni immagine più che del soggetto ci parla dello sguardo dell’autore” hanno scritto Gayford e Hockney. Una collezione ci parla molto anche dei collezionisti: la tua cosa potrebbe dirci di te?
MG: Sicuramente potrebbe dire che amo il colore e che sono attratto proprio dal segno della pennellata sulla tela. Mi piace vedere il brush e la manualità del gesto. Inoltre, si capirebbe che da sempre amo i ritratti. Ne ho tantissimi. Il mio lavoro è spesso cercare i volti di chi indosserà la collezione e questa è un’attitudine che mi piace, un po’ come quando scopro nuove opere. Mi piacciono anche quelle foto con immagini “sexy”, penso a Wolfgang Tillmans, Robert Mapplerthorpe o Larry Stanton. La mia collezione parla del mondo che mi circonda, anche del mio essere un omosessuale libero che ha la fortuna di vivere la sua omosessualità serenamente. Questa è una cosa che non do mai per scontato, ogni giorno mi ripeto che sono molto fortunato perché so che non è così in tutto il mondo! La mia è una collezione che racconta anche questo: sia del mio impegno lavorativo che della mia fortuna. Ogni giorno capisco che essere un omosessuale, caucasico, bianco, benestante, in questa parte del mondo è una fortuna, come poter vivere a Milano e poter viaggiare. Stiamo vivendo un momento molto complicato, con dei governi che stanno adottando politiche restrittive verso i diritti della comunità LGBTQIA+. Le mie opere dicono anche questo.
SD: Lo scrittore Thomas Bernhard in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo (…) se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”. Come collezionista hai mai provato la stessa cosa davanti ad un’opera che poi hai comprato? O magari per un’opera che hai visto in un museo o che non hai in collezione…
MG: Bellissima domanda, anche se non ho mai provato questa sensazione. Ho il ricordo di una serie di tele di Emilio Gola, di cui ho solo un’opera, con dei ragazzi stesi sul prato… e la prima volta che li ho visti mi sono proprio ritrovato completamente nella mia giovinezza e nella spensieratezza di quel periodo. La stessa cosa l’ho provata per alcune opere di Larry Stanton, che ho conosciuto grazie a Fabio Cherstich. Mi ritrovo in quel tipo di ricerca estetica e di rappresentazione dei volti perché, come dicevo prima, a me piacciono tanto i volti, una cosa che fa parte del mio lavoro…
SD: Alan Bennett nel suo scritto ‘I quadri che mi piacciono’ confessa: “Il mio criterio di giudizio è piuttosto superficiale, e mi riesce difficile separarlo dall’idea di possesso. Così so che un quadro mi piace solo quando ho la tentazione di portarmelo via nascosto sotto l’impermeabile”. Concordi con Bennett?
MG: L’idea di possesso è molto lontana da me perché non mi interessa fino in fondo. Quando vado alle fiere o nelle gallerie, non compro quasi mai. È raro che decida di prendere e portare via un’opera all’istante. Come dicevo all’inizio, solitamente osservo, faccio delle foto, ritorno a guardare la galleria di immagini sul telefono… può passare una settimana o un mese e solo dopo, magari chiamo la galleria, come è successo anche al Miart di quest’anno, per due facce meravigliose dell’artista inglese Katja Farin. Prima di comprare devo metabolizzare quello che ho visto, deve nascere in me il desiderio non di possedere l’opera, ma di averla vicina a me. Di poterla guardare quando voglio e dove voglio. Per assurdo, se si potesse, mi piacerebbe anche solo poter affittare un’opera che mi ha colpito e poi renderla indietro…può succedere che di qualcosa ci si possa anche stufare. Se le opere potessero essere prese in affitto, magari per un anno, io prenderei subito un taglio di Fontana…
SD: Ottima idea per un nuovo business. Ti cito l’illustratore francese Pierre Le-Tan che, parlando dei collezionisti che aveva conosciuto, come a voler dare un consiglio generale, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Tu quando compri un’opera cosa segui?
MG: Non sono molto d’accordo su questo. Anche se uno cercasse di essere fuori dalle mode, credo che poi inconsciamente si ritroverebbe comunque influenzato. Il mio lavoro poi è proprio captare i trend, capire quello che piace o potrebbe piacere alla gente. E non solo nella moda. Sono curioso anche per quel che riguarda l’arte e il design. Resto convinto, infatti, che bisognerebbe comprare solo quello che a uno piace e io sono interessato al perché di alcune tendenze. Capire le mode, capire perché il mondo segue qualcosa e non qualcos’altro, è una cosa meravigliosa e mi stimola la curiosità.
SD: Gertrude Stein ripeteva agli amici che per fare una collezione è sufficiente risparmiare sul proprio guardaroba. A cosa rinunceresti per un’opera d’arte?
MG: Per un’opera d’arte ho fatto delle rinunce, scegliendo coscienziosamente di fare delle scelte alternative, ad esempio su un certo tipo di vacanze. In questo momento particolare si possono ricalibrare alcune opzioni, penso agli hotel di lusso a cui posso rinunciare per comprare un’opera d’arte.
SD: Potremmo paragonare un collezionista ad un giardiniere che cura il suo giardino, ad un editore che sceglie i libri da mettere nel suo catalogo, ad una famiglia che adotta, ad un custode che conserva. Tu a cosa ti paragoneresti come collezionista?
MG: Forse mi paragonerei ad un cuoco, proprio perché la cucina mi piace molto. Trovo che il cibo e il vino, mangiare e bere bene, siano cose fondamentali nella vita. Sarei un cuoco che sceglie e mette insieme le cose che gli piacciono e che sa accostare: della frutta colorata, delle verdure particolari e che prepara qualcosa che a lui piace.
SD: Nel gergo della moda si dice presentare una collezione: lo faresti mai con le tue opere d’arte?
MG: Non mi sento quel tipo di collezionista, non credo che prenderò mai una casa in campagna per metterci tutti i miei quadri o le altre opere e tenerle lì. Il rapporto con le mie opere è molto personale, mi piace tenerle vicine, nella quotidianità. Quando alcuni amici vengono a casa e mi chiedono di poter vedere le opere mi piace che scoprano le foto di Luigi Ghirri dietro una porta, o Massimo Vitali nel guardaroba. Ribadisco che le opere devono stare con me, nel mio quotidiano, e mi dispiace doverne tenere alcune chiuse, ancora da scartare, perché non ho trovato il posto dove installarle. Forse questo non fa di me un vero collezionista, ma come dicevo un “casinista”.

SD: Il tuo ufficio è molto ordinato e mi piace molto come sono allestite le opere che vedo. C’è una frase di Mark Rothko che a proposito dei suoi dipinti scriveva “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Una collezione, o una singola opera, può fare compagnia?
MG: Assolutamente sì! Per me le opere sono vive ed è questa la loro potenza e la cosa che ogni volta mi meraviglia. Inoltre, credo che ogni opera assuma diversi significati, e anche diverse vite, a seconda di dove viene messa e a seconda di dove si trova.
SD: Molti collezionisti prima di cominciare ad acquisire si sono messi a studiare. Hai un libro che consiglieresti a chi vuole avvicinarsi al collezionismo di arte?
MG: Non ho dei libri in particolare da consigliare. Io mi sono reso conto di essere diventato un vero collezionista dopo un’edizione del Miart, quando ho organizzato per la prima volta una cena a casa mia. C’erano più di 70 persone e molte di loro non le conoscevo nemmeno personalmente: erano lì, però, a guardare con attenzione le opere che avevo accumulato negli anni. Vedendo gli ospiti muoversi tra i lavori, commentarli e soffermarsi sui dettagli, ho capito che quella che per me era nata in modo spontaneo era ormai percepita dagli altri come una vera collezione.
SD: Prendo in prestito il titolo del libro del collezionista e scrittore Giorgio Soavi “Il quadro che mi manca” e ti chiedo: qual è l’opera che ti manca? Quella che deve ancora arrivare o magari quella che è andata via per sempre…
MG: Oltre l’opera di Nicolas Party, ormai andata, ti racconto una cosa che mi è successa qualche mese fa. Ero a Londra e in una galleria ho visto un dipinto di Bernand Buffet “il clown con il cappello a punta” e sono completamente impazzito. Poi mi hanno detto la quotazione e ho dovuto rinunciare. Mi piacerebbero i totem di Ugo Rondinone o le opere di alcuni nomi di artisti established a cui devo rinunciare per le loro quotazioni. In quei momenti confesso di sentirmi “un vecchio borghese”, ma c’è una voce dentro di me che mi dice “resta giovane! resta giovane!” e quindi continuo a comprare emergenti e mid-career. Per molti l’arte è anche uno status symbol, specialmente in ambienti dove si parla di opere da milioni e milioni e a volte è tutto un “io ce l’ho, tu non ce l’hai… presto ce l’avrò”. Io non vivo l’arte come status symbol, anche se un taglio di Fontana mi piacerebbe o perché no una sua ceramica?
SD: Penultima domanda: ci consigli un posto, anche fuori dai soliti giri, che un appassionato di arte dovrebbe conoscere?
MG: Io consiglio a tutti la Casa Museo Boschi Di Stefano a Milano. L’ho scoperta poco tempo fa e sono ancora incredulo del perché nessuno mi avesse parlato di quella meraviglia. Credo si dovrebbero fare dei poster e delle locandine per segnalarla meglio. In quell’appartamento c’è una quantità incredibile di opere da vedere ed è pieno di artisti che io non conoscevo. Uno dovrebbe tornarci due volte all’anno solo per arricchirsi delle bellezze che contiene.
SD: Siamo all’ultima domanda: Elio Fiorucci in un’intervista al Corriere disse che prima di andare a letto, per dormire bene, lui pensava ad una donna nuda. A cosa pensa un collezionista, un creativo come te, prima di addormentarsi?
MG: Io penso a 150 milioni di miliardi di cose random e anche a cose molto personali e intime. Cerco di non pensare né al lavoro né all’arte né alla moda. Il momento prima dell’addormentamento per me è molto importante perché cerco piano piano di andare in una dimensione dove poi mi spengo. Finalmente ora, dopo quarant’anni, dormo bene e anche per setto/otto ore. Questo è un grande traguardo anche perché l’arte e il design sono passioni che influenzano il mio lavoro, sono quasi un’altra branca del mio impegno quotidiano e invece credo che pensare a cose personali sia un buon modo di difendere una parte di sé, di proteggersi…
Dopo l’ultima risposta l’ho ringraziato per la disponibilità e abbiamo parlato di Isabella Santacroce, di Tondelli e del prossimo film di Luca Guadagnino tratto dal romanzo “Rimini”, di libri accumulati e che si vorrebbero leggere, di capacità di ricordare i nomi degli artisti e degli scrittori, della distrazione nell’era dei social e dello scrolling infinito. Prima di salutarci Massimo Giorgetti mi ha detto che le cose che ci siamo detti gli hanno fatto tornare in mente una martellata di Marcello Maloberti, una di quelle che concentra in poche parole il suo rapporto con il contemporaneo “L’arte è la felicità senza motivo…”.







