Prequel
La prima volta che ho capito davvero cosa significasse ‘altrove’ è stata grazie a un’intervista di Gabriele Salvadores. Il regista raccontava, ai tempi di Mediterraneo, di questo suo continuo ‘scostamento’ verso un luogo altro. Luogo non solo fisico, ovviamente. I suoi film più famosi e belli non sono che dei viaggi altrove, degli spostamenti in altri mondi possibili, in posti che convivono dentro e fuori di noi, che a volte dibattono, a volte trovano equilibrio.
Da allora, ogni volta che parto per un viaggio sono consapevole che, una parte di me, è alla ricerca di uno di quei luoghi eventuali. Ogni spostamento è ricerca di un’ipotesi e allo stesso tempo una ulteriore presa di coscienza che non siamo mai una sola unica possibilità. Dentro di noi esistono tanti altri noi che potrebbero vivere in altri modi, in altre dimensioni, in altri tempi. Cerchiamo in continuazione di darci una forma, ma da questa forma emergono più o meno prepotentemente i nostri tanti volti, le nostre mille anime.
La mattina in cui era previsto il volo per Shanghai mi trovavo già a Malpensa. Giulia mi aveva trovato da dormire in un albergo poco distante dall’aeroporto. Nello stesso albergo avrebbero dovuto esserci gli altri miei compagni di viaggio ma, al momento di prendere la navetta, ho incontrato solo Emanuela. Dopo il check-in, una coda chilometrica verso i controlli ci ha costretto ad un lentissimo incedere che ha smontato tutti i miei buoni propositi di lavorare nel mentre che attendessi il momento dell’imbarco.
A bordo scopriamo che davanti a me è seduta Lucia, gli altri sparpagliati chissà dove.
Durante il volo provo a misurare lo spazio con il tempo. Provo a dormire per cercare di recuperare sonno da sacrificare il giorno dopo. Ho con me un libro di Yoko Ogawa che leggo per la prima volta e sembra quasi volermi fare da porta verso l’Oriente.
A Shangai uscire dall’aeroporto è molto veloce. Recuperiamo Alessio e Leonardo e un taxi che ci porta verso la nostra destinazione.
La cortina edilizia è un susseguirsi di grandi blocchi di palazzi uguali fino ad arrivare verso il centro dove tutto è più irregolare e affastellato. In albergo Giulia ci accoglie festosa e ci da le indicazioni e i programmi da seguire. Oggi giornata di riposo. Domani visita al Long Museum per la Mostra di Wallace Chan.
Ne approfittiamo per prendere confidenza con la città, con i suoi contrasti e le sue contraddizioni, con la contemporaneità che occulta l’antico, con le tradizioni che cercano di arrampicarsi su per i grattacieli che svettano scintillanti.
Realtà o illusione. Il regno dell’altrove.
Al mattino seguente ci muoviamo di buon’ora. Scesi dal taxi, il Long Museum ci appare in tutta la sua grandezza e brutalità. Immediato, semplice. Trasmette una sensazione di potenza e leggerezza allo stesso tempo creando una continuità visiva fra i suoi grandi sbalzi e le strutture industriali preesistenti. Dietro si intravede il fiume Huangpu, grande e calmo.
Gli spazi all’interno sono maestosi e accoglienti allo stesso tempo ma subito siamo catapultati da qualche altra parte. Tutto si annulla e diventa palcoscenico di un altrove, un mondo diverso, soffuso e pervaso da una sonorità misteriosa dove ci confrontiamo con il nostro riflesso, con uno di quegli altri noi stessi che vediamo nei grandi specchi che fanno da parete frontale a grandi sculture che si guardano. La realtà e l’illusione cominciano lentamente a fondersi. Non è forse questo che deve fare l’arte? Svelarti o ingannarti? Di certo farti vedere ciò che non vediamo da soli, ciò che è essenziale, ciò a cui da soli non possiamo arrivare. Tutto sembra appartenere ad un regno segreto che non è così facile raggiungere. E Wallace Chan è il creatore di questo regno dell’altrove in cui ci troviamo a navigare su un vascello fantasma, una barca senza scafo fatta solo di orditura. Del resto che cos’è un vascello se non una piccola urna che custodisce e porta altrove esseri umani?
Vedo la mia immagine riflessa. Distolgo subito lo sguardo. Non amo guardarmi se non strettamente necessario, non lo faccio mai. Non voglio sapere come sono, come sono diventato. Forse un po’ mi vergogno di me stesso e non ho il coraggio di guardarmi. Nella penombra faccio in tempo a scorgere velocemente l’immagine di un uomo spettinato con la pelle vagamente bianca coperta da una barba ormai quasi del tutto bianca e incolta. Penso che non ricordo più il mio volto glabro, ma non credo che avrò ancora voglia di rivederlo. Non so se sono davvero molto di più di ciò che appare sulla superficie resistente. Mi sembra che l’umanità stia perdendo tridimensionalità. Ed io con essa.
Un dialogo fra materiali, tempo e spazio
Mi sento piccolo davanti alla monumentalità delle opere di Wallace Chan. I suoi volti titanici sembrano muoversi nell’ombra come delle sacre sindoni. Il metallo acquista una leggerezza inaspettata e il movimento di questi enormi pezzi di stoffa solida lascia emergere tutti quei volti che impregnano il nostro essere. È un viaggio fra le sfaccettature dell’anima, eterna come il titanio ma continuamente trafitta da ferri rossastri che ossidando cercano di intaccarne la purezza. L’immutabilità si scontra con la ruggine del tempo che danza intorno ai nostri molteplici ‘sé’. Vorrei poter misurare di nuovo lo spazio di questo altrove con il tempo convenzionale, come in aereo viaggiando verso il passato, ma qui è diverso: qui il metro diventa liquido e fluido, come i volti dei Titani, pacifici e ideali, ponti fra un’arcaica religiosità e ritratti di scenari futuribili. E questa liquidità del tempo sembra incanalarsi in un ciclo perpetuo che comincia in una “catena della pioggia”, sale verso il cielo e ridiscende sulla terra per ridare vita come una goccia d’acqua al tempo stesso morbidissima e potentissima. Ogni goccia d’acqua è testimone del genere umano. Ogni goccia d’acqua è un’esperienza e il suo accumularsi genera fiumi e mari fluttuanti e magnetici.
Cammino intorno alle sculture e le vedo cambiare: mi trasmettono un senso di raccoglimento, mi invitano a penetrare i loro volti estatici, come visi di grandi Buddha intagliati su pietre preziose. Mi sembra di attraversare il crollo di un ordine antico, respirare l’incertezza di un’umanità uscita in frantumi dalle crisi degli ultimi anni. Eppure non c’è disperazione in quei volti calmi ed enigmatici, incastrati nel rigore geometrico e industriale delle travi a doppia T che sfidano la gravità come i tratti essenziali dell’ideogramma cinese Gong (工, il lavoro): custodiscono una promessa di ricomposizione. Non appartengono a un solo dio: in quei lineamenti androgini e senza tempo convivono i marmi dei santi e degli angeli che Chan osservava da ragazzo nei cimiteri cristiani di Hong Kong, la compassione di Guanyin, la forza generatrice della dea cinese Nüwa e il respiro di Gaia, la Madre Terra. È un continuo slittamento di scala, una vertigine tra microcosmo e macrocosmo in cui lo spazio stesso smette di essere un vuoto inerte per farsi coscienza.
E poi, quasi all’improvviso dietro un angolo dominano luci verdi e blu che giocano fra gli specchi: lo spazio si espanda e si muove sembra di essere in uno stato di caos primordiale dell’universo, precedente al momento in cui il cielo e la terra hanno assunto la forma che conosciamo oggi. Attraverso una finestra un elemento separato dagli altri sembra galleggiare e fondersi come la possibilità di ritrovarsi, di unirsi, quasi come se l’unione fosse un unico grande anelito.
L’esistenza che preme.
Il buio si addensa attorno alla massa nera e vitrea di un blocco di ossidiana che Wallace Chan ha raccolto in Messico. È pietra vulcanica, materia nata dal fuoco viscerale della terra, capace di fratturarsi in lame più affilate di un bisturi chirurgico, ma qui, ora, destinata a proteggere e purificare l’anima. Forme cercano di affiorare dalla scorza nera, grezzo e finito, yin e yang. Sento la lotta, la fatica dell’esistenza che preme per venire alla luce, per liberarsi dalla pietra.
È la vita stessa di Chan a essere scolpita in questa resistenza della materia. Fatta di infanzia negata e clandestinità, fughe e pochi dollari, mare in tempesta e i mille volti della morte. La fame di un uovo al giorno diventa forma primordiale di creature umane sospese tra un fiore che sboccia e uno che appassisce. L’esclusione diventa sogno ostinato di Venezia.
Trascendenze
Forse solo chi ha attraversato un grande vuoto è in grado di affrontare un metallo ostile come il titanio. Perde ogni freddezza industriale per farsi liquido come un soffio. Tre figure femminili si rincorrono in una danza perpetua in cui bellezza, creazione e perfezione si sfiorano senza mai fermarsi. Accanto al caduceo e all’elmo del dio messaggero, basta spostare lo sguardo sulla parete per accorgersi che l’ombra pesante del metallo disegna, per incanto, il profilo leggerissimo di una farfalla in volo. Nella materia più dura del mondo batte uno spirito nascosto: le stelle nascono dalle particelle e le montagne si aggregano dalla polvere; il monumentale non è che l’ascolto paziente dell’invisibile.
Esplosione di colori
Poi il respiro si ferma. L’oscurità dei passaggi sfocia in uno spazio immenso dove si innalzano, per sette, otto e dieci metri di altezza, i tre giganti di Vessels of Other Worlds. È un’improvvisa, magnetica esplosione di giallo, di rosso e di blu che accende il titanio di bagliori cangianti.
Tutto ha origine – ancora una volta – altrove, ovvero dalla penombra raccolta della chiesa veneziana di Santa Maria della Pietà – la chiesa di Vivaldi – dove i tre vasi degli Olea Sancta, gli oli sacri dei riti di benedizione e purificazione, hanno ispirato la trilogia della Nascita, della Crescita e della Rinascita. Noi siamo qui, sulle rive del fiume Huangpu. Allo stesso tempo sull’altare della cappella veneziana tre schermi riuniti in trittico trasmettono in diretta la presenza di questi colossi, annullando i continenti in un unico portale d’acqua e di spirito.
Vessel è l’ampolla sacra, è il vaso fragile del nostro corpo che custodisce il tempo, l’emozione e la coscienza, ma è anche il vascello che solca l’ignoto, al cui interno si spalanca un universo parallelo dove il tempo scorre a una velocità diversa da quella del mondo esterno, dove nel frattempo passano cent’anni. Questi tre giganti sono insieme urne dell’anima e astronavi, vascelli pronti a traghettarci oltre la misura umana dei giorni.
Il vascello del coro silenzioso.
Il primo vascello, avvolto in un giallo caldo come la terra che ci nutre e ci genera, si apre attraverso una soglia modellata sulle forme del bacino materno, la prima porta che ciascuno di noi ha varcato per venire al mondo. Dentro una coppa di vetro vibrano dodici animali e dodici creature ancestrali, mentre una moltitudine di neonati si rincorre sulla ruota del tempo, mossa da un meccanismo simile a quello di un grande orologio. Sulla superficie si contano 922 figure umane: un numero che racchiude una data fondativa della giovinezza di Chan, ma che qui diventa il coro silenzioso di tutte le persone, gli incontri e le sovrastrutture sociali che ci hanno plasmato fin dalla nascita.
L’opera sembra fissarmi per chiedermi chi io sia davvero: il mio vero “io” è il bambino appena venuto alla luce o l’uomo modellato dagli sguardi del mondo e dalle persone che ha attraversato?
Il vascello del tempo perduto
Nel secondo vascello, acceso dal rosso della crescita e del tumulto vitale, l’architettura si apre per lasciarci entrare fisicamente nel proprio ventre. Varco la soglia. Sotto i piedi la base ruota con una lentezza quasi impercettibile. Attorno a me si aprono quattro porte, quattro cornici che custodiscono l’immagine di un bambino: sono le età che ci siamo lasciati alle spalle – i nostri dieci, venti, trent’anni – tutte vive e compresenti nel punto esatto in cui siamo approdati oggi. Alzando lo sguardo nel cuore caleidoscopico dell’opera, dove la tecnica illusionistica del Wallace Cut moltiplica un singolo volto inciso in cinque riflessi simultanei come in un’infinita scatola di Droste o in una litografia di Escher, mi accorgo che mentre io guardo l’opera, è l’opera a guardare dentro di me. Questa volta, davanti ai mille specchi che mi restituiscono la mia immagine frammentata, non distolgo lo sguardo. Rivedo quella barba bianca, quel volto segnato dal viaggio, ma dentro questo vascello in lento movimento non provo più disagio: capisco che non siamo mai una sola immagine fissa, ma la somma viva di tutte le età che abbiamo abitato e di tutti gli “altrove” che portiamo dentro.
Il vascello della quiete assoluta.
Uscendo verso il terzo e ultimo colosso, alto dieci metri e immerso in un blu profondo, il tormento si scioglie. Se nelle prime due stazioni i volti del titanio apparivano contorti, stirati come metallo fuso nella fatica del nascere e del crescere, qui i lineamenti si distendono in una quiete assoluta. Non è la morte: per Wallace Chan la morte non esiste, perché l’energia dell’universo non conosce fine ma cambia semplicemente forma. È la Rinascita, il raggiungimento di una vetta spirituale da cui guardare il fluire dell’esistenza dall’alto. Sulla superficie blu, accanto a figure raccolte in meditazione, i numeri degli orologi si piegano e sembrano danzare fuori asse, raccontando come, sulla soglia del trapasso, la percezione umana del tempo si liberi finalmente dalla tirannia dei secondi. Le foglie di loto della tradizione buddista si intrecciano ai segni dello zodiaco cinese e di quello occidentale – Oriente e Occidente finalmente fusi nella stessa lingua – mentre i tentacoli di un polpo ricordano il miracolo biologico di ciò che, anche se reciso, sa sempre rigenerarsi.
Epilogo
Lascio le sale del Long Museum con la sensazione di scendere a terra dopo una lunga navigazione. Fuori, Shanghai continua a correre tra i suoi grattacieli scintillanti e il corso lento del fiume Huangpu. Ripenso all’altrove e a quel bisogno incessante di spostarsi per scoprire chi avremmo potuto essere. Chan, che progetta le sue opere come se dovesse vivere centovent’anni lasciando sempre uno spazio vuoto che siano gli altri a colmare, mi ha consegnato una risposta inattesa: non viaggiamo per fuggire da ciò che siamo, ma per rimettere insieme i nostri frammenti. Siamo vasi fragili colmi di memoria e, allo stesso tempo, vascelli di titanio lanciati attraverso il tempo, destinati a non finire mai, ma a mutare continuamente forma e luce.




