La critica come resistenza: Speednews di Matteo Bergamini

del

Ci sono libri che parlano d’arte e libri che parlano del dispositivo che rende possibile l’arte come fenomeno pubblico: la scrittura, la mediazione, la critica, il giornalismo. Speednews. L’arte scritta veloce di Matteo Bergamini appartiene decisamente alla seconda categoria, ma lo fa senza mai assumere la posa accademica del teorico o quella nostalgica del reduce culturale. È piuttosto un libro di frontiera: un memoir professionale, un pamphlet sul giornalismo culturale nell’epoca digitale e, insieme, una riflessione filosofica sulla velocità contemporanea. 

Il titolo potrebbe trarre in inganno. Speednews non è un elogio della rapidità, bensì l’autopsia di una trasformazione: quella che ha convertito la critica in flusso, il giudizio in contenuto, la riflessione in engagement. Bergamini racconta la nascita della figura del giornalista culturale online all’interno di un ecosistema dominato dalla produzione continua di notizie, dalle metriche, dall’algoritmo e dalla necessità di “stare sul pezzo”. Nel fare questo evita accuratamente il moralismo apocalittico. La sua scrittura è troppo vissuta, troppo impastata di esperienza concreta, per rifugiarsi nella semplice lamentazione generazionale.

L’interesse per il libro deriva proprio da tale ambiguità: Bergamini ama visceralmente il sistema che critica. Lo attraversa con lucidità ma anche con una forma quasi romantica di fedeltà. Non c’è cinismo nelle sue pagine, semmai una consapevolezza tragica: quella di chi comprende che l’arte contemporanea, oggi, vive dentro una tensione irrisolta tra desiderio di libertà e assimilazione totale alle logiche del mercato e della comunicazione. Quando scrive che “la news è – o poteva essere? – rapido organo di critica”, la domanda non riguarda soltanto il giornalismo ma il destino stesso del pensiero critico nel capitalismo digitale.

Il libro dialoga sotterraneamente con autori come Mario Perniola, citato esplicitamente ma anche con la riflessione di Paul Virilio sulla dromologia, ovvero sul potere politico della velocità. Bergamini mostra infatti come la rapidità dell’informazione non sia neutrale: accelerare significa ridurre il tempo dell’interpretazione, comprimere la distanza critica, dissolvere la possibilità stessa della contemplazione e della riflessione. In questo senso Speednews è un testo profondamente contemporaneo perché individua nella temporalità il vero campo di battaglia dell’arte.

Ed è qui che l’argomento diventa particolarmente interessante per il lettore-collezionista. Perché ciò che Bergamini pone implicitamente in discussione è anche il destino dell’opera nell’epoca dell’iper-circolazione visiva. Se tutto diventa immediatamente condivisibile, instagrammabile, comunicabile, quale spazio resta all’esperienza lenta dell’opera? Quale possibilità di sedimentazione estetica sopravvive alla dittatura del feed?

Matteo Bergamini, foto de Paolo Biava

La risposta non è teorica quanto esistenziale. Bergamini oppone alla smaterializzazione digitale la pratica dell’incontro: viaggiare, parlare con gli artisti, visitare gli atelier, sostare nei luoghi. Le pagine dedicate alle interviste e alle itineranze restituiscono infatti un’idea quasi benjaminiana dell’esperienza: conoscere significa esporsi, attraversare, perdere tempo. Non è un caso che il testo funzioni meglio quando abbandona il tono saggistico per diventare racconto di viaggio o diario professionale. È lì che emerge la sua qualità più autentica: la capacità di restituire il “clima emotivo” del sistema dell’arte contemporaneo.

Bergamini sembra, inoltre, suggerire che la critica non sia morta ma abbia perso centralità simbolica. Oggi il sistema dell’arte non teme più il giudizio negativo perché ha incorporato ogni forma di dissenso dentro il ciclo della comunicazione permanente. È un’intuizione acuta: la critica contemporanea non viene censurata, viene neutralizzata per saturazione.

Dal punto di vista stilistico, Speednews evita il gergo curatoriale e il “critichese” che l’autore stesso attacca apertamente. La scrittura è rapida, nervosa, spesso aforistica, attraversata da riferimenti che spaziano da Clarice Lispector a Andy Warhol, da Francesca Alinovi a Enzo Mari. Questa pluralità di voci costruisce un testo volutamente ibrido, a metà tra confessione personale e manifesto generazionale.

Più che un manuale sul giornalismo d’arte, Speednews è allora un libro sul rischio di scrivere d’arte oggi. Forse il suo merito maggiore sta proprio nel ricordare che ogni scrittura autentica nasce da una contraddizione insolubile: voler restare liberi dentro sistemi che trasformano tutto in valore, visibilità e consenso.

Il libro di Bergamini interessa non solo chi scrive d’arte ma anche chi la colleziona perché costringe a interrogarsi su una questione essenziale: che cosa stiamo davvero collezionando oggi? Opere, immagini, reputazioni o velocità?


Intervista a Matteo Bergamini

Giuseppe Simone Modeo: Nel libro emerge spesso l’idea che la velocità abbia modificato non solo il giornalismo ma la percezione stessa dell’opera d’arte. Secondo lei, nell’epoca dell’iper-visibilità digitale, è ancora possibile una vera esperienza contemplativa?

    Matteo Bergamini: Certamente! La questione, però, è giustamente connessa con la capacità di abbandonare l’ossessione del “voler vedere” a tutti costi – una dimensione che appartiene, anche, al turismo di massa per esempio – con una più complicata possibilità di “incanto”, che fa parte a sua volta dell’atto di contemplare, al momento “mistico”, al trascendente.

    Chissà che anche rispetto all’arte contemporanea non si stia tornando verso questo approccio: il progetto di Art Basel con alcune gallerie che hanno accettato di “non mostrare” anticipatamente i propri capolavori attraverso PDF o social network per proporzionare a collezionisti e  visitatori della fiera una “esperienza di meraviglia” dal vivo sembra andare un po’ in questa direzione. Certo, nell’epoca della polarizzazione anche questo potrebbe diventare un nuovo snobismo, più che un vero “incontro” con l’arte. 

    Matteo Bergamini-Speednews
    GSM: Lei scrive che “la news poteva essere un rapido organo di critica”. Oggi la critica è davvero scomparsa oppure si è semplicemente trasformata in qualcosa di più diffuso, meno riconoscibile e forse più ambiguo?

      MB: Credo che ambiguamente viva un po’ nell’ombra, trasformata nell’aspetto ma probabilmente non nelle intenzioni: mi piace pensare che si possa incontrare dove non ce lo aspetteremo, magari tra le mille news – a proposito – dei siti specializzati in arte contemporanea, più che tra le sopravvissute pagine di carta stampata che, molto spesso, raccontano ben poco di nuovo e men che meno prendono posizione. 

      GSM: Speednews attraversa continuamente il conflitto tra libertà intellettuale e necessità del sistema. Quanto spazio reale resta oggi, per un giornalista culturale o per un critico, a una posizione autenticamente indipendente?

        MB: Di getto mi verrebbe da rispondere che non resta nessuno spazio reale: quel che sopravvive, citando Mario Perniola, è la comunicazione dell’arte che è l’opposto dell’informazione, della profondità e della libertà, e che diviene portavoce di infiniti quarti d’ora di celebrità transitori.

        Però, quello che si potrebbe considerare un appiattimento culturale è diventato a suo modo anche un atto democratico, certo interessante: chi lo desidera può andare oltre la notizia, può scavare per scoprire un altro finale. Il bello dell’arte, e dello scrivere, è illuminare quel che resta occulto, come in archeologia. Certo, possiamo accontentarci anche della superficie: questo è il bello dell’età digitale, ma nel libro in effetti non sono stato così propositivo. 

        GSM: Nel libro il viaggio e l’incontro diretto con artisti e territori sembrano opporsi alla smaterializzazione dell’esperienza online. È possibile immaginare un futuro del sistema dell’arte che recuperi lentezza e relazione, oppure la logica dell’accelerazione è ormai irreversibile?

          MB: Uno degli slogan più insopportabili, udito per mesi e mesi, durante la pandemia fu il “non saremo più come prima”: tutti a dichiarare la necessità di riappropriarsi di lentezze, vicinanze e relazioni, appunto. E logicamente, già che si trattava di sponsor più politici che altro, tutto fu cancellato con un colpo di spugna, per correre più di prima, ma in condizioni peggiorate.

          Oltre a essere giornalista – o forse proprio per questo – cerco di “osservare” il tempo che ci attraversa: oggi mi verrebbe da dire che mi sembra di vedere il mondo scisso tra la voglia di frenare e l’impossibilità delle contingenze, di quelli che si reputano degli ineluttabili “si fa così”.

          Certo è che per recuperare fiato e idee bisognerebbe fermarsi un poco e forse essere disposti ad abbandonare qualcosa…mica facile. Anche in questo caso bisogna imparare a dialogare con la crisi, che poi etimologicamente altro non è che il “cambiamento”. Premunirsi di qualche strumento previo, in questo caso, è necessario; un po’ come Beuys avvolto nel feltro cercando un “dialogo” con il coyote.

          Giuseppe Simone Modeo
          Giuseppe Simone Modeo
          Giovane Collezionista, Giuseppe Simone Modeo è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Per Collezione da Tiffany si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.

          Collezione da Tiffany è gratuito, senza contenuti a pagamento, senza nessuna pubblicità e sarà sempre così.

          Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi approfondire ancora di più il mercato dell'arte,
          puoi sostenerci abbonandoti a

          News Mercato Arte

          Anticipazioni, trend, opportunità e segnali nascosti del mercato dell’arte

          Ogni settimana, notizie, aste e analisi scelte per chi colleziona e investe con strategia.

           

          Scopri di più!

          Condividi
          Tags

          recenti

          Fidel Castro a Jesi: una mostra racconta il leader che attraversò il Novecento

          Palazzo Bisaccioni ospita una mostra su Fidel Castro: un percorso tra storia, rivoluzione e politica del Novecento. Visitala fino al 22/11.

          «Silence is»: Marco Rèa ridefinisce il silenzio dell’immagine alla Street Levels Gallery di Firenze

          Cinquanta opere tra tele, manifesti, sculture inedite e un ventennio di ricerca visiva: la prima grande retrospettiva dell'artista romano apre il 12 giugno 2026. Cosa...

          Luca Ceccherini conquista Parigi con “Grammelot”

          Alla Galerie Dina Vierny di Parigi, la prima personale di Luca Ceccherini. Un viaggio tra memoria e pittura curato da Giorgia Aprosio.

          Articoli correlati