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martedì, Novembre 29, 2022

Paolo Bini: de-costruire il Paesaggio

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«L’aria, in Africa – scrive Karen Blixen – ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento». E così deve essere stato per Paolo Bini, vincitore dell’ultima edizione del Premio Cairo e che dal Sudafrica è tornato cambiato: un artista nuovo in grado di stravolgere il suo modo di interpretare il paesaggio, da sempre campo d’indagine della sua ricerca artistica e che, negli ultimi anni, è arrivato a de-costruire facendolo diventare lo specchio multiforme di una società in costante mutamento. Una realtà, quella di Bini, dissezionata fino a trovarne l’essenza più profonda. Dopo la sua bellissima personale alla Reggia di Caserta, ci siamo incontrati in occasione di Arte Fiera e abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza.

Nicola Maggi: Tu hai una formazione da scenografo. Quando ti sei avvicinato alla pittura e quanto, i tuoi esordi, sono stati influenzati dai tuoi studi?

Paolo Bini: «Mi sono diplomato all’Accademia di Belle Arti di Napoli al dipartimento di scenografia. Dopo una discreta esperienza in ambito teatrale capii presto che non era il mio “Mestiere” e mi proiettai totalmente sulla pittura, pratica che portavo avanti dal Liceo Artistico in cui mi ero, precedentemente, diplomato. La scenografia non influenza il mio fare, ma probabilmente aiuta la pratica del mio lavoro, contribuendo, in maniera importante, alla “messa in scena” del lavoro stesso. In particolare nei progetti che nascono per determinati ambienti. Mi viene in mente l’opera Paradise box, lavoro modulare che, a seconda dell’installazione, viene ri-disegnato seguendo un regia interpretativa mutevole dettata dallo spazio e dal tempo».

Paolo Bini, Paradise box, 2016, acrilico su nastro incasellati in cornici lignee , cm 202 x 223 x 250, courtesy Nicola Pedana, Caserta
Paolo Bini, Paradise box, 2016, acrilico su nastro incasellati in cornici lignee , cm 202 x 223 x 250, courtesy Nicola Pedana, Caserta

N.M.:  I tuoi primi lavori, penso a Rolli Days (2010), erano fortemente materici. Poi tra il 2012 e il 2013, con il ciclo dedicato a Kalodiki, la tua pratica artistica inizia a cambiare…

P.B.: «La forma tattile dei lavori del 2010, ai quali ti riferisci, è l’assetto del dubbio (incertezza) che la concessione materica offriva al quadro  nel dialogo con  lo spazio, in cui il volume della mia pittura trovava contatto/aderenza con le architetture, le modanature, i rilievi. Insomma tutto l’insieme volumetrico del luogo di Palazzo Bianco dove nacque per l’appunto la citata “Assenza di colore in sospensione”. Dopo questa importante esperienza, che segna anche un forte sodalizio curatoriale con Massimo Bignardi, come un viandante di notte per le strade del Mediterraneo mi sono addentrato nelle stanze aperte di luoghi magnifici, fortemente spirituali, in cui il viaggio ha suggerito un appiattimento della dimensione pittorica e, contemporaneamente, una necessità di profondità immaginativa nel quadro. Nascono quindi Kalodiki, Lefkada  – esposta nella 54° Edizione della Biennale veneziana –, ma nascono, in generale, tutta una serie di opere che hanno a che fare con luoghi, paesaggi visti e, più specificamente, “sentiti”. E’ l’inizio di un lungo ed ancora oggi attivo dialogo con il paesaggio».

Paolo Bini, Place 01, (2012) acrilico e mica su tela, 50x70 cm.
Paolo Bini, Place 01, (2012) acrilico e mica su tela, 50×70 cm.

N.M.: Si arriva così al 2013 e alla tua esperienza in Sudafrica che ha segnato in modo profondo il tuo stile, portandolo ad una nuova maturazione….

P.B.: «Il Sudafrica, e nello specifico Cape Town, mi ha stravolto la vita, ha modificato il mio modo di guardare e soprattutto di pensare il quadro. Probabilmente, questo primo viaggio compiuto a cavallo fra l’ottobre e il novembre del 2013 (grazie alla borsa di studio della ARP  del Centro Di Sarro) ha spinto il mio sguardo verso la molteplicità, in un raffreddamento del mio lavoro sul piano formale ed allo stesso tempo è sopraggiunto un graduale surriscaldamento nel valore plastico e cromatico della mia pittura. La mia ricerca artistica in questo periodo ha subito un forte slancio in cui lentamente si sono slacciati i fili di un “paesaggio trasfigurato” e ne è iniziato uno nuovo che mi piace definire trasognante».

Paolo Bini, "Istante profondo" (2016) acrilico su nastro carta su tela, 100x220 cm. Courtesy Everard Read gallery, Cape Town. Ph. Mike Hall
Paolo Bini, “Istante profondo” (2016) acrilico su nastro carta su tela, 100×220 cm. Courtesy Everard Read gallery, Cape Town. Ph. Mike Hall

N.M. Appartiene a questa tua nuova stagione l’opera che ti è valsa il Premio Cairo 2016: luoghi del Sé. Un lavoro che è un po’ una summa della tua ricerca artistica. Ce ne parli?

P.B.: «Questo lavoro è nato in seguito ad una profonda ostinazione nei confronti di un processo creativo e di una costante ricerca che si può, per l’appunto, vedere nel lavoro degli ultimi tre anni. E’ nato appositamente come inedito per il Premio Cairo ed esso ha racchiuso tutta la ricerca in una profonda discesa emozionale, emersa in primo piano con una luce che fino ad allora non ero stato in grado di portare fuori».

N.M.: Il paesaggio è da sempre al centro della tua produzione. Ma oggi questo appare come “deframmentato” attraverso una tecnica molto particolare, basata sull’uso di strisce di nastro adesivo che poi applichi sulla tela. Come sei arrivato a questa soluzione?

P.B.: «Involontariamente mi chiedi di fare un passo indietro e quindi ti racconto di quando frequentavo l’Accademia. In quegli anni utilizzavo il nastro per delimitare l’area in cui produrre una tavola  iconografica, un disegno o un progetto. Quindi il nastro delimitava il campo d’azione perimetrale; spesso, o forse sempre, questi nastri si “sporcavano” di colore e a lavoro finito venivano buttati via in un gesto quasi automatico, senza soffermami sul come poteva essere interessante una traccia, un segno o una sbavatura andata per caso sulla riga. Qualche anno più tardi, mentre fissavo una piccola matassa di nastro da me arrotolata disordinatamente nel cestino della spazzatura, capii che c’era qualcosa di molto interessante. Fu come trovarsi davanti ad una scala ed il primo passo era far diventare il perimetro del campo d’azione il luogo della creazione e lì ho compiuto il primo step per andare al di là del quadro. Il resto è nato in maniera molto naturale, lo vedi bene per il modo in cui sono realizzati».

Paolo Bini, Luoghi del Sé, 2016. Opera vincitrice dal Premio Cairo 2016.
Paolo Bini, Luoghi del Sé, 2016. Opera vincitrice dal Premio Cairo 2016.

N.M.: Peraltro questo tuo nuovo approccio al paesaggio sembra suggerire, in continuazione, altri strumenti e linguaggi dell’espressione visiva…

P.B.: «In genere la struttura formale del mio lavoro sembra quasi seguire una forma di codice e come se la necessità d’espressione non fosse mai dettata da quello di cui disponi oppure da cosa può essere più nuovo. Probabilmente questo è uno dei motivi per cui, consapevole di appartenere alla cosiddetta generazione digitale, con a disposizione svariati mezzi e linguaggi, scelgo con così tanta convinzione di confrontarmi con il linguaggio della pittura, nel grande tentativo di riappropriarmi di un singolare sentire. Questo però è evidente secondo due elementi fondamentali della nostra storia e della nostra cultura: la pittura ed il paesaggio».

N.M.: … un vero e proprio affaccio sulla realtà contemporanea, che sviluppi anche con opere site-specific e sperimentando anche altri medium come la scultura…

P.B.: «Sì, nell’ultima mostra alla Reggia di Caserta ho presentato una scultura da parete dal titolo Nel bel mezzo realizzata con polvere di ferro, colori acrilici ed interferenti su EPS. Questa opera appartiene ad una serie di lavori ai quali sto lavorando già da qualche tempo e che lentamente cercano la conquista dello spazio, ancora tutto in divenire …».

Una vista della mostra Paolo Bini "Left Behind" a cura di Luca Beatrice, Appartamenti Storici, Reggia di Caserta. 18 dicembre, 2016 / 4 febbraio, 2017. Courtesy galleria Nicola Pedana, Caserta. Ph. Carlo Ferrara
Una vista della mostra Paolo Bini “Left Behind” a cura di Luca Beatrice, Appartamenti Storici, Reggia di Caserta. 18 dicembre, 2016 / 4 febbraio, 2017. Courtesy galleria Nicola Pedana, Caserta. Ph. Carlo Ferrara

N.M.: Quali nuove direzioni vedi nel futuro del tuo lavoro?

P.B.: «In genere tutto quello che riguarda il “non conosciuto” conserva un prestigioso fascino che levigato nel tempo produce qualcosa di grande. Sono in una fase del mio lavoro – in particolare da un anno a questa parte – in cui il mio posizionamento (assetto) nei confronti dell’opera, sia fisico che mentale, si sta modificando. E’ chiaro che la pittura fornisce, continuamente, dei grandi suggerimenti ed a noi non resta che saperli ascoltare. Negli ultimi tempi mi preoccupo di offrirmi in maniera più centrale, egocentrica ed attenta alle pluralità che il lavoro mi offre. Il tentativo futuro è quello di imbastire un dialogo fra le difformità del lavoro stesso, tenerle in piedi, portarle avanti dialogandoci».

N.M.: Alla Reggia di Caserta si è da poco conclusa la tua ultima personale, Left Behind, quali altre mostre hai in programma per questo 2017?

P.B.: «Sto lavorando alla mia prima mostra personale in un museo d’arte contemporanea italiano, il Museo MARCA di Catanzaro. Già da diversi anni con Gregorio Raspa (curatore della mostra) stavamo ragionando sulla possibilità di realizzare un mio intervento progettuale nel capoluogo calabrese, città che negli ultimi dieci anni ha fatto tantissimo per il contemporaneo guadagnando un intenso e prestigioso curriculum di mostre internazionali al MARCA ed in altri ambienti caratteristici della Città come il Parco Archeologico di Scolacium, il Complesso del San Giovanni o Casa della Memoria. Catanzaro come simbolo e diffusione di una cultura che si relaziona con i luoghi, con spazi nuovi e con le persone. In questo luogo – dove ho soggiornato già diverse volte – ho trovato una piccola isola felice di persone che fanno tanto per l’arte contemporanea, fra queste spicca la personalità di Rocco Guglielmo che ha destinato un’area del Museo MARCA a mostre e progetti di giovani artisti ed eccoci qui al lavoro per una nuova – fondamentale – tappa del mio percorso che successivamente mi porterà in un ulteriore prestigioso Museo del quale – magari – parleremo alla prossima intervista …».

[infobox maintitle=”PER I COLLEZIONISTI” subtitle=”Paolo Bini è rappresentato dalla Galleria Nicola Pedana di Caserta e dalla  Everard Read di Cape Town. I prezzi delle sue opere partono da 1500 euro per i lavori più piccoli per arrivare ai 25.000 per i lavori di dimensioni maggiori. Nato a Battipaglia (SA) nel 1984, Paolo Bini ha all’attivo diverse mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero e alcuni suoi  lavori  fanno parte di importanti collezioni private e pubbliche come quella del MADRE di Napoli. Vive e lavora a Battipaglia.” bg=”gray” color=”black” opacity=”off” space=”30″ link=”no link”]

Nicola Maggi
Nicola Maggi
Giornalista professionista e storico della critica d'arte, Nicola Maggi (n. 1975) è l'ideatore e fondatore di Collezione da Tiffany. In passato ha collaborato con varie testate di settore per le quali si è occupato di mercato dell'arte e di economia della cultura.
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