Come comprare un Boetti

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“Vorrei un bel lavoro di Alighiero”, si sente spesso chiedere. “Una biro, una carta, un arazzo, insomma un bel lavoro che costi il giusto”. E, nel caso vi trovaste nelle fortunate condizioni di poterlo comprare, allego qui di seguito alcune considerazioni assolutamente personali che potrebbero sempre servire. Innanzitutto occorre fare un breve excursus storico sul suo percorso e dimostrare bene di conoscerlo. Cominciamo dall’inizio: le prime opere sono bellissime ma poco riconoscibili. Quelle del 1961-62 denotano un incredibile amore e somiglianza per Nicolas De Staël, artista russo naturalizzato francese, particolarmente caro ad Alighiero, specialmente in quel dipinto che dal catalogo risulta essere del signor Ponsetti Mario.

Evoluzione della ricerca artistica: dagli esordi agli anni ’60

Dal 1963 la ricerca di Boetti perde momentaneamente colore e tra acqueforti, acquetinte e matite, dominano il bianco, il nero, il grigio e certe forme strane che poi verranno abbandonate un paio d’anni più tardi per far posto a aste e microfoni, lampade e macchine fotografiche, disegnate a inchiostro e molto meno note rispetto al resto. Dal 1966 inizia il Boetti vero, o forse il più conosciuto, con la “Lampada annuale”, “Ping Pong”, la “Catasta” del Castello di Rivoli, i tessuti colorati di “Zig Zag”, il primo rotolo di cartone ondulato che è in collezione GAM di Torino e la mimetica militare.

E questo potrebbe essere un primo vero segno del pensiero di Alighiero successivo poiché la mimetica è un tessuto militare che serve a mimetizzare, quindi a nascondere, ma che Boetti decide invece di esporre. Le mimetiche si modificano poi senza che l’artista intervenga a seconda delle zone dove si combatte una guerra poiché le trame del tessuto dipendono sia dal periodo temporale, sia dalla zona in cui la guerra avviene, e si avranno predominanti di marroni se il terreno è asciutto, oppure prevalenze di verde scuro se il manto vegetativo è fitto e umido.

Alighiero Boetti, Mettere al mondo il mondo, biro blu su carta, anni ’70

Il gioco, la simmetria e le “dame”

Il 1967 è poi l’anno delle “dame”, opere realizzate in legno punzonato composte da tessere quadrate con segni speculari come punti, crocette e cerchi, che a mio avviso sono meravigliose e denotano la parte giocosa di Boetti e il suo amore per i codici e le simmetrie, e che contengono qua e là degli introvabili errori, almeno come mi ha spiegato pazientemente Giorgio Colombo, che di Boetti sa tutto. Versioni cartacee dei meccanismi delle dame Boetti li ha ottenuti anche su carta, sostituendo le punzonature con adesivi colorati pazientemente organizzati all’interno di fitte griglie.

Ormai i colori sono ritornati e Alighiero ha deciso di fissarli su cartoni con vernici industriali per creare parole che legano il colore a luoghi o cose, come il Rosso Gilera e il Rosso Guzzi, il Beige Sahara e il Verde Ascot. Ma fermiamoci per un attimo: quali comprereste tra queste opere? Tutte, forse, ma dovendo scegliere solo un paio di lavori fino a questo punto io opterei per la mimetica o la dama di legno, che arriveranno dunque alla fase finale e delle quali ci dobbiamo ricordare prima di proseguire.

Alighiero Boetti, Oggi quarto giorno del quinto mese, 1989, ricamo su tessuto, 110,6×107 cm

Critica alle opere minori e il caso delle “colonne”

Interessanti sono i manifesti con i nomi degli artisti dell’arte povera e le sagome dei territori in guerra, ma sono lavori meno completi, forse, così come non comprerei i tubi di eternit non perché siano nocivi ma perché mi risultano un po’ datati oggi e privi di quella genialità che altrove è più immediato riscontrare. Il 1968 è invece l’anno delle colonne create con i centrini di carta smerlata e sorretti da un’anima di ferro invisibile al centro.

Con esse parte delle mie convinzioni vacilla, perché sebbene non le ritenga tra i miei lavori preferiti e sono convinto che non offrano molto in termini di emozioni, una delle colonne è stata record d’asta per un buon periodo, fissandosi sui 2 milioni 634 e rotti mila euro nel 2014, resistendo per sette anni almeno. Perché? Perché la provenienza era molto importante, perché quell’opera era stata esposta in una mostra storica, perché conteneva all’interno già una bellissima frase: “uno dei mille e mille fogli che compongono la colonna realizzata a Torino nel sessantotto, fuori e in silenzio dalla furiosa contestazione”.

E credo di non aver troppo torto nel sostenerlo, visto che una colonna simile dello stesso anno ha chiuso in asta a circa la metà del prezzo, otto anni dopo quel risultato. Cosa si inizia intanto a notare? Che le frasi belle di Alighiero hanno un’importanza fuori dal comune. Ma cosa facciamo con la colonna? La teniamo nel nostro ipotetico carrello della spesa? Non credo. Se non sapessi che è di Alighiero mi direbbe ben poco.

Alighiero Boetti, Titoli, 1979, Ricamo su tessuto, 188×197 cm

L’importanza del testo e la poetica di Boetti

Un discorso diverso merita invece “Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio del 1969” che è, con i suoi centoundici elementi e la farfalla cavolaia posata sopra, un’opera ormai mitica. Cosa la rende tale? Secondo me il titolo. E lo stesso direi che succede per l’opera di poco successiva, in ferro e vetro, grande e misteriosa: “Niente da vedere niente da nascondere”. E qui torna la mia idea dell’opera di Alighiero: quella giusta deve includere un bel testo perché Alighiero era un artista poetico.

Ha scritto frasi e testi meravigliosi, come questo del 1982 che qui di seguito parzialmente trascrivo: “Oggi è il 2 giugno 1982 e scrivere con la sinistra è disegnare e poi con questa matita di un celeste intenso bucherò questa porzione di carta scritta e strappando in tanti pezzi per poi piegarli seguendo il tracciato e ancora il lato davanti e il dietro ovvero dritto e rovescio quindi una confusa divisione dei ruoli confusa perché non c’è simmetria speculare o no cioè non è certo che la sinistra diviene la destra e o viceversa l’alto non divide il basso e o viceversa, il su e il giù, davanti e dietro, il verso e il suo contrario, sparsi ai quattro venti teso avec quatre épingles, stracciati e divisi, girati e rivoltati, spaccati e disperatamente dispersi e mai ritrovati così come il mio corpo lacerato e diviso rivoltato e disperso senza la serenità della simmetria e o la rassicurante versione opposta e contraria dello specchio e o la logica della x o clessidra, cerniera, viceversa” eccetera eccetera, e sono sicuro di aver reso l’idea.

Alighiero Boetti, Alternando da uno a cento e viceversa, 1977, ricamo su tessuto, 127×131 cm

Progetti complessi: dalle mappe ai ricami

La stessa cosa si ripete con i quadretti ricopiati dai fogli del “Cimento dell’armonia e dell’invenzione”, con specificate anche le ore di lavoro o il momento preciso, come le “4 ore d’un pomeriggio” o le “variazioni sul sistema decimale” che, a detta di Boetti, “fa acqua da tutte le parti”. Sempre nel 1969 arriva il primo ritratto (di Antonin Artaud), eseguito con delle x sotto le lettere corrispondenti al nome e cognome, e l’esposizione dei primi planisferi che non sono nient’altro che l’anticipazione di quelle che saranno rispettivamente le famose biro e le mappe preziose.

Iniziano ora anche i viaggi postali e la scrittura a due mani. Ma torniamo alle mappe, che secondo Alighiero sono il lavoro perfetto perché è un lavoro non scelto, non fatto e non cambiato da lui. I conflitti modificano i confini, i territori cambiano di bandiera, il lavoro è eseguito da altri e i contorni delle mappe contengono indicazioni che spiegano quando e dove sono state realizzate e alle quali presto si aggiungono frasi boettiane come mettere al mondo il mondo e tanto altro.

Gli anni ’70 e ’80: l’affermazione del colore e delle frasi

Dagli anni 70 proliferano anche le penne a biro blu su carta che sembrano dei mari profondi ma le cui virgole bianche indicano e compongono parole come “omonimo”, “i sei sensi”, “il progressivo svanire della consuetudine”, “ricorrere”, “inaspettatamente”, “simmetrico asimmetrico”, quell'”ordine e disordine” che ritornerà spessissimo, e altri nomi e cognomi di persone a lui vicine: Alighiero Boetti, Arnaldo Pomodoro, Rufo Sperone o Peppino Agrati. Proseguendo nel tempo si arriva alla cartella “Insicuro Noncurante”, vera e propria testimonianza della forma mentis di Boetti, o al capolavoro degli “Autodisporsi”, dove i quadretti più scuri fanno un viaggio nel foglio con logiche precise.

Arrivano presto anche il “Lavoro postale con 37 modi di affrancare una busta” del 1972 o i “Calendari” che nascono nel 1974 e che continuano fino al 1994 (ad eccezione di una breve interruzione) creati da Alighiero con le proprie mani o con l’aiuto di Agata, realizzati con i fogli dei calendari “effemeridi” per esser regalati agli amici. Poco dopo prende il via un pretenzioso e assurdo progetto: i ricami dei “mille fiumi più lunghi del Mondo”.

Dopo di lui arrivano i “Raddoppiare dimezzando”, con un concetto semplice che adoro, gli “Orologi annuali” dal 1977 in avanti, le opere con gli aeroplanini, gli “Alternando da uno a cento e viceversa” fissate su arazzi e tante altre frasi magnifiche rese incancellabili e coloratissime come il “Non parto non resto” o come quei versi presi a prestito dal poeta Sandro Penna: “io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita”.

Frasi incasellate nel colore perché, del resto, in un’intervista del 1993 Alighiero aveva ammesso di essere sceso a Roma per i colori (e per Mario Schifano), anche se, tra i tanti a disposizione, il suo colore preferito, lo sappiamo, era il rosso, che nei libri metteva dappertutto.

Alighiero Boetti, Pensato e quadrato, 1987, ricamo su tessuto, 15×16 cm

La maturità artistica e la selezione dell’opera ideale

Gli anni 80 sono quelli delle carte ricche d’immagini, di scritte e informazioni, e sono anche gli anni della natura vista come una “faccenda ottusa” o di “cerniera clessidra e viceversa”, creata con testi ribaltati all’indietro su una carta piegata e di difficile lettura. Altri lavori includono piccoli animali e soprattutto le scimmie, ma si accompagnano sempre a frasi varie come “amata desiderata indifferenza”, “il profilo del vento”, “la tremenda continuità delle onde”, “l’anno limpido chiaro luminoso fresco” e mi aiutano a dimostrare quanto detto: che Alighiero fosse un poeta è ormai ovvio.

Se poi nelle opere tra il 1980 e il 1987 proliferano gli arazzetti, nei suoi ultimi anni gli stessi sono sempre più numerosi e grandi, “I Tutto” diventano ancora più complessi, le “Mappe” sono quasi enormi e ogni opera assume un’altra importanza. Ma quali sarebbero i lavori più giusti a questo punto? Restringiamo il cerchio. All’inizio avevamo tenuto dame e mimetiche e quell'”Io che prendo il sole a Torino” che adesso non mi sento di mantenere, perché se io fossi un collezionista preferirei un’opera che sta a parete, perché in caso di rivendita i quadri si vendono meglio della sculture e perché, in generale, le case dei collezionisti ospitano più facilmente opere che si possono appendere.

Eviterei ahimè le opere su carta e i materiali più fragili, privilegiando lavori su un supporto stabile come un arazzo, che è sicuramente meglio, visto che, ad oggi, il 68% dei suoi lavori venduti è costituito dagli arazzi, il 22% dai disegni e dagli acquarelli, e il 10% dai restanti.

Conclusione: criteri di acquisto e scelta finale

Avendo poi assodato senza albagia che per Alighiero la scrittura è capitale, prenderei qualcosa che ha le lettere, che contenga delle frasi belle, che sia colorato e che abbia una buona dimensione tale da farsi notare e da poter arredare, perché anche a questo guardano i collezionisti o i compratori odierni. Se ci fossero poi delle frasi in lingua farsi e almeno una citazione dal francese sarebbe solo un bene. La prima perché il farsi è lingua nota per la sua dolcezza e letteratura e si fa parecchio apprezzare dal mercato medio-orientale; la seconda perché la Francia per Alighiero è stata di grande stimolo e risulta anche essere un suo florido mercato.

Alighiero Boetti, Senza titolo (Un tuffo nel gerundio…), 1986, tecnica mista su carta, 69,5×49,5
cm

Infine, una volta riscontrato che l’opera abbia i colori voluti, che sia archiviata, che abbia una buona provenienza, selezionerei con cura le frasi migliori, che per me sarebbero: “Far quadrare tutto”, “Non parto non resto”, “Regola è regolarsi”, “Ordine e disordine”, “Tocchi e rintocchi”, “Dare tempo al tempo”, “Il dolce far niente” e “Immaginando tutto”. A questo punto, di fronte a un prezzo giusto, a metà tra quello a ribasso di alcune aste e le richieste di certe gallerie carissime, volendo e potendo, procederei all’acquisto. E il tuffo nel gerundio è d’obbligo.

Nicola Mafessoni
Nicola Mafessoni
Nicola Mafessoni si occupa d'arte come mercante e organizzatore di mostre, scrittore e lettore, soprattutto.

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