Se Frida Giannini fosse una canzone, per me sarebbe certamente l’incedere sfrontato e ipnotico di Miss You dei Rolling Stones. Non è solo una suggestione romantica legata al frammento di archivio personale che la designer ha mostrato a noi follower nel suo fortunato format Instagram Frida’s Closet – ricordando l’emozione di quando, nel 2013, ritirò il premio Harper’s Bazaar Women of the Year in un abito jacquard leopardato lamé della collezione Rock’n’Roll sotto gli occhi complici di un Mick Jagger piombato a farle i complimenti – ma è qualcosa di più profondo. È la consapevolezza che, grazie a lei, a 16 anni m’innamorai della moda – da vera teenager fashion victim per me esisteva quasi solo il suo Gucci – e che oggi, al fashion system high-end schiacciato da un ricambio frenetico, un talento solido e commerciale come il suo manchi come l’aria.
Per anni la storiografia ufficiale della moda ha sofferto di una bizzarra amnesia selettiva. Ha liquidato l’epopea Gucci come un balzo quantico, un cortocircuito temporale passato direttamente dall’iper-sensualità porn-chic di Tom Ford all’eclettismo massimalista di Alessandro Michele. Eppure, nel mezzo, si stende un decennio di assoluta rinascita estetica e commerciale dominato da Frida Giannini. Oggi, quell’ingiustificata damnatio memoriae si sta finalmente sgretolando sotto i colpi di una spettacolare e sacrosanta riscrittura storica.
Superato l’allure misterioso ed esibizionista dell’era Ford, la designer italiana era riuscita a imporre una nuova donna Gucci che rispondeva in modo indiretto, ma con precisione chirurgica, all’indie sleaze transalpino che Hedi Slimane aveva dettato da Dior Homme, e che avrebbe dettato da Saint Laurent. Frida Giannini ha ridefinito il potere dell’abito attraverso un intento primordiale: vestire per farsi notare e per rappresentarsi al contempo, occupando lo spazio pubblico con una narrazione audace, fiera e priva di filtri. Il suo era un linguaggio visivo potente, capace di shakerare il glam rock degli anni ‘70 e un’eleganza ribelle strettamente legata all’heritage della maison fiorentina. Jeans skinny, tagli bootcut, cascate di frange, borchie geometriche e Napoleon Jackets si amalgamavano in uno styling bohémien fortemente stratificato. Sotto i riflettori, le modelle avanzavano con le falcate decise e lo sguardo fiero delle slavic dolls, coniando un rinnovato e desideratissimo codice del lusso italiano.
Questa rilettura colta dell’archivio si teneva ben lontana dal pigro citazionismo da fotocopia, aprendosi a possibilità stilistiche totalmente contemporanee. Sotto la sua direzione, l’iconica stampa Flora è stata strappata al destino di timido decoro per foulard borghesi ed è letteralmente esplosa in macro-proporzioni su abiti fluttuanti e capispalla sartoriali, diventando un trademark identitario assoluto. Allo stesso modo, gli elementi dell’universo equestre – codice genetico e mercato d’origine del brand – sono stati risucchiati nel frullatore del ready-to-wear di lusso più spinto. Forte di una lunga e prestigiosa gavetta come direttrice degli accessori, prima da Fendi e poi nel marchio Gucci stesso, Giannini possedeva il codice segreto per innescare l’ossessione commerciale: la sua risposta estetica e strutturale alla Speedy di Louis Vuitton, che sul finire degli anni Duemila dominava le classifiche delle vendite, fu il celebre bauletto Boston. Declinata in canvas logato all-over o in varianti di pelle, la borsa divenne un feticcio globale.
Di recente la designer ha mostrato in un reel la sua collezione personale di Boston, da lei disegnate in Limited Edition per celebrare alcune occasioni speciali, come le nuove aperture dei flagship store nel mondo. In quegli accessori si legge la sintesi perfetta del suo stile: la sacralità del logo storico che si scontra con glitch pop misurati, intrinsecamente ribelli ma irrevocabilmente chic. Il successo fu un terremoto finanziario: nel 2008 Gucci si consolidò come il marchio più desiderato sul mercato globale, mentre il Wall Street Journal consacrava Frida Giannini mettendola al 40esimo posto nella lista delle 100 donne più influenti al mondo.
Ed è stata, a tutti gli effetti, la direttrice creativa più longeva della storia di Gucci.
Nel ricircolo spietato della moda, tuttavia, la nostalgia è un club esclusivo che spesso cancella i meriti dei singoli. Così il decennio Giannini è stato a lungo espunto dal racconto contemporaneo, nonostante l’era di Alessandro Michele – pur con stilemi diametralmente opposti – sembrasse germogliare proprio da quelle stratificazioni e da quell’uso colto del passato.
Ma la storia, alla fine, chiede sempre il conto. E ad accorgersi di questo è stato proprio Demna Gvasalia, attuale timoniere della maison dopo le ultime, turbolente stagioni di “successioni” sulla sedia creativa di Gucci. Il designer georgiano ha dichiarato pubblicamente la sua immensa stima per Frida, traducendo il suo glam rock in una nuova estetica da reinterpretare per il presente. Nelle ultime collezioni, le soluzioni di styling basate sul layering selvaggio tra denim trattati, pellicce over e stampe d’archivio hanno rievocato un’attitudine simile a quella della donna immaginata da Frida. Non è tutto: in occasione della Milano Design Week, Demna l’ha celebrata rendendola protagonista di un monumentale arazzo all’interno del progetto espositivo Gucci Memoria, una mostra che ha ripercorso i feticci della maison, dove i celebri draghi dell’era Michele coesistono con una rappresentazione di Frida Giannini reinterpretata nelle vesti di una moderna Venere di Botticelli.
Questo ritorno di fiamma globale si inserisce in una convergenza pop quasi leggendaria, amplificata dal ritorno alle scene di Madonna con l’arrivo di Confessions on a Dance Floor II. Quando nel 2005 uscì l’album cult (il primo capitolo) a curare la visione estetica e i costumi del tour promozionale fu proprio Frida, inaugurando un sodalizio impresso a fuoco nella memoria visiva della pop culture: impossibile dimenticare lo statement look con il memorabile chiodo in pelle argentata tempestato di riflessi metallici o il bomber viola futurista. Come un perfetto cerchio del destino che si chiude, lo scorso aprile Madonna ha attinto al suo archivio personale, e – citando più volte la designer – ha indossato nuovamente quel “Madonna bomber” (ancora oggi tra le giacche più vendute del marchio della doppia G) sul palco del festival californiano, stavolta per un inedito duetto al fianco di Sabrina Carpenter.
Sull’altro fronte della cronologia culturale, ma guidato dallo stesso identico sesto senso per il desiderio di massa, è bastato un unico scatto di Kylie Jenner con indosso un costume intero caratterizzato da audaci cut-out laterali e inserti metallici – un pezzo d’archivio della collezione Gucci Primavera/Estate 2010 – per scatenare milioni di utenti sulle piattaforme di resell alla ricerca del vintage firmato Giannini.
Questa seconda vita dell’era Giannini, celebrata simultaneamente da chi quell’immaginario lo ha plasmato in prima persona come Madonna e da chi lo riscopre oggi come l’ultima, eccitante frontiera coolness come Kylie Jenner, dimostra l’errore sistemico di un’industria che da decenni si ostina a santificare sempre i soliti, pochissimi profili. L’heritage di una maison non è una linea retta, ma il risultato stratificato di tutti i creativi che ne hanno (ri)scritto la storia. E Frida Giannini, subentrata a una figura ingombrante e cannibalizzante come Tom Ford, ha saputo compiere il miracolo: plasmare una sensualità grafica, sofisticata, intesa come autentico esercizio di forza e potere femminile, regalando a Gucci una visione monumentale che nessuno, per nessun motivo, avrebbe dovuto dimenticare.
Dopo l’addio a Gucci nel 2015, Giannini ha scelto di allontanarsi dai ritmi frenetici delle passerelle per focalizzarsi su consulenze strategiche dietro le quinte e su progetti umanitari, entrando nel consiglio direttivo di Save the Children e partecipando (ancora oggi) a importanti progetti realizzati da Onlus internazionali. Il grande ritorno al design è avvenuto nel 2025 con la collezione Hypernova 150, creata in esclusiva per celebrare il centocinquantesimo anniversario dello storico department store Liberty London. Oggi è una voce critica e autorevole che analizza nei grandi summit le derive del lusso contemporaneo e si è riconnessa alla sua community grazie al suo seguitissimo profilo Instagram, dove condivide contenuti e riferimenti legati al suo archivio personale: le sue pubblicazioni riprendono spesso articoli di testate internazionali e interventi di blogger e osservatori del settore, che continuano a seguirne con attenzione il lavoro e a segnalarne l’influenza nel dibattito sul sistema moda.
L’ho raggiunta per una conversazione che attraversa i fasti della sua indimenticata Gucci era: un dialogo denso sulla sua visione del presente e su quel sacro fuoco del collezionismo che ne guida, da sempre, l’ispirazione.
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci: Negli ultimi anni il suo lavoro per Gucci è stato oggetto di una rilettura critica diversa rispetto a quella che accompagnò gli anni appena successivi alla sua direzione creativa. Quando un’estetica viene rivalutata a distanza di tempo, che cosa ci dice davvero? Qualcosa sull’autore o qualcosa sulla società che, finalmente, è pronta a guardarla in modo diverso?
Frida Giannini: Credo che una rilettura dica sempre qualcosa di entrambe le parti. Da un lato conferma che alcuni linguaggi possiedono una coerenza e una solidità tali da resistere al tempo; dall’altro rivela che la società cambia continuamente il proprio modo di osservare. La moda è profondamente legata al presente, ma spesso è solo con la distanza che se ne colgono le intenzioni più profonde. Quando un lavoro viene riletto anni dopo, significa che è riuscito a lasciare tracce che vanno oltre la contingenza: è il contesto che cambia attorno a loro e li rende improvvisamente più leggibili. Quando un’estetica viene riconsiderata anni dopo, significa che ha superato la funzione del momento e risulta ancora contemporaneo.
GELN : Recentemente Demna Gvasalia ha espresso pubblicamente grande apprezzamento per il suo lavoro, riconoscendone l’influenza e l’importanza. Ricevere la stima di un designer che appartiene ad un linguaggio apparentemente diverso da quello che fu il suo linguaggio, che riflessione le ha scaturito?
FG: Trovo interessante che sensibilità apparentemente lontane possano riconoscersi reciprocamente. Al di là delle differenti percezioni estetiche, esistono visioni capaci di condividere il medesimo desiderio: costruire un linguaggio personale, pur provenendo da culture e immaginari diversi. Credo che il rispetto nasca proprio da questa consapevolezza: che ogni autore autentico, quando riesce a esprimere una voce originale, contribuisce ad ampliare il lessico della moda.
GELN: Lei ha sempre lavorato sulla tensione tra desiderabilità e rigore. Oggi sembra che la moda abbia paura del buon gusto, e lo guardi come fosse un concetto sospetto. La bellezza è diventata una categoria controversa?
FG: Forse perché il concetto di buon gusto è stato a lungo percepito come appannaggio di una ristretta élite. Personalmente non l’ho mai considerato un insieme di regole rigide: la moda non può rinunciare alla ricerca, alla sperimentazione e alla curiosità. Il buon gusto è piuttosto una forma di equilibrio tra sensibilità, cultura e la consapevolezza che la moda, oltre a esprimere una visione, deve anche confrontarsi con il mercato.
GELN: Nel giocoso format “Frida’s Closet” che mette in scena sul suo account Instagram lei apre letteralmente le porte del proprio guardaroba e del proprio immaginario. Che differenza c’è tra l’atto di collezionare abiti e quello di costruire un’identità?
FG: Collezionare significa conservare frammenti di memoria, emozioni e momenti di vita. Costruire un’identità è un processo più complesso e continuo. Gli abiti ne fanno parte, ma non la esauriscono. Il guardaroba, per me, è una sorta di autobiografia visiva: racconta chi siamo stati, chi siamo e, talvolta, chi vorremmo diventare o chi desideriamo evocare.
Il mio closet è composto da pezzi che ho disegnato io, ma anche da oggetti di design di Helmut Lang, giacche di Paco Rabanne, borse di Roberta di Camerino, fino a T-shirt originali dei Beach Boys e di David Bowie. È un’identità che non si esaurisce nel mio archivio per Gucci, ma si costruisce attraverso stratificazioni diverse, comprese le giacche military vintage che reinterpreto in chiave heavy metal e rock.
Naturalmente consulto i miei archivi, ma non vi rimango mai confinata: la curiosità si estende a oggetti acquistati negli anni che riflettono e raccontano la mia identità in evoluzione.
Questa attitudine si riflette anche nelle mie incursioni nell’architettura di interni, quando progetto le mie case o per il mio bistrot Bixio, esempio di contaminazione tra stili e linguaggi. Per Bixio ho voluto creare un’atmosfera garbata e accogliente, tra carte da parati, specchi déco, sedute Panton per Vitra, coffee table di design, applique in vetro di Murano disegnate da Venini e lampade a sospensione di Viabizzuno. Allo stesso modo, nella mia casa ho raccolto nel tempo immagini e riferimenti visivi, trasformandola in una sorta di home gallery che include artisti affermati e emergenti, scelti per sostenere nuovi talenti capaci di dialogare con la mia sensibilità estetica.
GELN: Come si diventa addicted di un capo o di un trend? Quali sono stati i direttori creativi, per visione d’insieme, che l’hanno maggiormente ispirata?
FG: Ci si affeziona a un capo quando riesce a condensare in modo chiaro e immediato un’attitudine personale. Non è soltanto una questione estetica, ma di riconoscimento: alcuni abiti entrano nel quotidiano fino a diventare quasi un’estensione del carattere, qualcosa che si integra nel modo di stare nel mondo più che nel modo di vestire.
Mi interessano in particolare i designer capaci di costruire universi coerenti, dove ogni elemento è parte di un linguaggio preciso e riconoscibile (mi viene in mente YSL, Vivienne Westwood, Karl Lagerfeld, Chanel, Galliano, McQueen). In questi casi anche il dettaglio più semplice non è mai neutro, ma contribuisce a rafforzare una visione complessiva. È lì che un capo supera la funzione e diventa segno e sogno, qualcosa che resta nel tempo indipendentemente dalle stagioni.
GELN: Lei colleziona arte contemporanea e design. Quando entra in relazione con un’opera o con un oggetto, cerca prima una qualità estetica o una tensione intellettuale?
FG: Per me le due dimensioni sono inseparabili. L’impatto visivo è spesso il primo elemento che cattura l’attenzione, ma ciò che determina una relazione duratura è quasi sempre la presenza di una seduzione concettuale, di una storia, di un pensiero. Sono attratta dagli oggetti che continuano a interrogarmi nel tempo. Nel mio lavoro continuo ad assorbire e stratificare suggestioni provenienti dalle più diverse forme d’arte e di creatività, ma anche da tutto ciò che mi circonda. Nel mio libro A Journey into the Style and Music of My Icons since 1969 esprimo proprio questo concetto: sfogliandolo emerge chiaramente quanto le contaminazioni provengano da universi differenti: la moda, l’arte, la musica, il cinema, la fotografia e la società stessa.
GELN: Lei è un’esperta e appassionata di musica. Certamente esiste un legame indissolubile tra il modo in cui ascoltiamo la musica e il modo in cui si osserviamo la moda: entrambe sono discipline che richiedono memoria, attenzione e una certa resistenza alla velocità del presente. Che ne pensa? Può spiegare meglio come ha sempre concepito e vissuto questo legame?
FG: Ho sempre considerato la musica una straordinaria fonte di immaginazione. Ascoltare un disco richiede tempo, attenzione e disponibilità all’ascolto: elementi che appartengono anche al processo creativo della moda. Entrambe sono discipline stratificate, costruite attraverso riferimenti, citazioni e memorie, capaci di generare emozioni e alimentare il sogno. La velocità contemporanea rischia talvolta di appiattire questa complessità, mentre la cultura si costruisce proprio attraverso un continuo dialogo tra passato e futuro.
GELN: Le immagini oggi vengono consumate a una velocità senza precedenti. Lei appartiene ad una generazione che ha costruito la propria sensibilità attraverso il tempo lungo della ricerca. Crede che oggi il gusto possa ancora essere educato o sia diventato un fenomeno meramente algoritmico?
FG: Assolutamente sì. Gli algoritmi — che personalmente non amo — possono suggerire, amplificare, persino orientare le scelte, ma il gusto si forma ancora attraverso la curiosità, lo studio, l’esperienza diretta e quel know-how fondamentale che oggi vedo sempre più raro.
Visitare una mostra, leggere un libro, ascoltare musica, viaggiare: nulla può sostituire davvero questi processi. Educare il gusto significa, prima di tutto, educare lo sguardo. Il metamondo, in questo senso, resta ancora limitato: lo paragono a una sorta di Bignami.
GELN: Molti designer parlano di innovazione, meno spesso di discernimento. Che valore attribuisce oggi alla capacità di dissentire, in un sistema che sembra premiare l’accumulo continuo di idee, prodotti e contenuti?
FG: Un valore fondamentale. Il discernimento implica selezione, e selezionare significa inevitabilmente rinunciare a qualcosa. Credo che la forza di una visione risieda spesso proprio nella capacità di dire no argomentando, esprimendo anche un proprio pensiero critico. Ogni progetto creativo richiede scelte, e quindi anche esclusioni.
Ho sempre difeso il mio desiderio di esprimermi liberamente, naturalmente con rispetto, assumendomi la responsabilità di posizioni talvolta anche scomode. La mia è una voce istintiva, a tratti impetuosa, che nasce da un profondo senso di giustizia e dalla convinzione che il silenzio, in certe circostanze, non sia un’opzione. La mia attenzione verso i diritti sociali e verso le persone meno fortunate non sempre è stata condivisa, ma continuo a ritenere che chi gode di visibilità pubblica abbia anche la responsabilità di farsi portavoce di realtà più fragili, marginali o semplicemente meno ascoltate.
GELN: Colpisce il fatto che lei abbia sempre mostrato una certa autonomia rispetto alle mode culturali del momento. È una forma di coraggio o semplicemente una conseguenza dell’avere una visione molto precisa di sé?
FG: Probabilmente entrambe le cose. Quando si possiede una visione sufficientemente chiara di sé e del proprio lavoro, si è meno inclini a inseguire il consenso immediato. Non ho mai sentito la necessità di aderire completamente alle tendenze culturali del momento. Ho sempre preferito seguire la mia sensibilità.
GELN: Lei ha operato in un periodo in cui il direttore creativo era chiamato soprattutto a costruire un linguaggio. Oggi sembra che debba costruire anche un personaggio. Quale delle due responsabilità è attualmente più pericolosa?
FG: Costruire un personaggio è già di per sé un’operazione artificiale e può diventare rischiosa quando finisce per prevalere sul lavoro. La moda ha bisogno di idee, linguaggi e ricerca. La comunicazione è importante, naturalmente, ma credo che alla lunga sia sempre il lavoro a definire la credibilità di un autore. In realtà, la visibilità non è pericolosa, è spesso imprescindibile, soprattutto quando si è legati a determinati brand. Nel mio caso ho dovuto coprire entrambi i ruoli, quello più legato all’ufficio stile e quello di “face of the company”: impossibile prescindere dall’uno o dall’altro.
GELN: Nella sua attività di collezionista, di appassionata di musica e nel racconto quotidiano che condivide attraverso i social emerge una figura più sfaccettata da quella, spesso semplificata, che il pubblico ha associato al ruolo di direttore creativo. Qual è l’aspetto della sua personalità che ritiene sia stato meno compreso?
FG: Forse la dimensione più intimamente culturale del mio percorso. Molte persone hanno associato il mio lavoro a un’estetica precisa, ma dietro ogni collezione c’è sempre stata una lunga ricerca che attraversava l’arte, la musica, il design, il cinema e la letteratura. La curiosità, più ancora dello stile, è probabilmente il tratto che mi definisce maggiormente. Accanto a questa, c’è anche una naturale generosità, parte integrante del mio carattere, che si traduce in gesti concreti. Una qualità che, talvolta, è stata fraintesa o non custodita con la dovuta attenzione, fino a essere, in alcuni casi, maldestramente sfruttata.
GELN: Se tra cinquant’anni una giovane studiosa dovesse imbattersi nel suo lavoro senza conoscere le polemiche, i cicli della moda o le gerarchie del settore, quale spererebbe fosse la prima cosa a cogliere del suo sguardo sul mondo?
FG: Come prima cosa, mi auguro che tra cinquant’anni una giovane studiosa possa ancora avere accesso al dibattito, alle polemiche e alle dinamiche del settore, e che il suo lavoro non sia stato sostituito dall’intelligenza artificiale. Mi piacerebbe inoltre che emergesse un’idea di eleganza intesa non come esercizio formale, ma come espressione di personalità e libertà. Ho sempre creduto che la moda debba aiutare le persone a raccontare se stesse, non a nascondersi dietro un’uniforme.
Se questo aspetto dovesse sopravvivere al tempo, ne sarei felice.










