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martedì, Dicembre 6, 2022

Cy Twombly al Centre Pompidou: una riflessione

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Cy Twombly è un artista che non amo, nonostante il suo essere parte di un contesto geografico-storico-artistico da sempre tra i miei favoriti. Quando però di un artista ritenuto (almeno dal “sistema dell’arte”) un caposaldo nella Storia dell’Arte Contemporanea non si amano o non si capiscono le opere, viene (o dovrebbe venire) il dubbio se effettivamente si siano visti i lavori giusti — quelli più rappresentativi, per intenderci — e se ci si sia sforzati davvero di entrare nella sua poetica superando i propri personali gusti estetici e le proprie idiosincrasie. Niente di meglio, quindi — approfittando di un breve soggiorno parigino — che andare a visitare la grande retrospettiva che a Twombly sta dedicando il Centre Pompidou dallo scorso 30 novembre e che resterà aperta fino al 24 aprile: quasi 140 opere tra dipinti, disegni, sculture e fotografie, provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo, ad abbracciare l’intera carriera dell’artista.

Una carriera che, iniziata nel contesto dell’Espressionismo Astratto e della nascente Pop Art (anche se si tratta di etichette spesso rifiutate dagli stessi protagonisti), inizia a decollare tramite lo stretto sodalizio con Robert Rauschenberg, che fu forse il suo primo mentore, e grazie ai successivi incontri con Franz Kline, Jasper Johns e Robert Motherwell, il quale gli procurò la prima mostra personale nel 1951 a New York presso la Samuel M. Kootz Gallery. Nel 1957 Twombly incontra a Roma la baronessa Tatiana Franchetti — sorella di Giorgio Franchetti che diventerà il suo maggior patron — con cui si sposa due anni dopo, anche se poi il compagno di una vita sarà Nicola Del Roscio, conosciuto a Gaeta nel 1964 (Twombly tuttavia non divorzierà mai dalla moglie e i due rimarranno amici fino alla morte di lei, avvenuta nel 2010). Trasferitosi definitivamente in Italia — dove dal 1965 si occuperà dei suoi lavori il gallerista napoletano Lucio Amelio —, muore a Roma nel 2011.

Cy Twombly fotografato dalla baronessa Tatiana Franchetti a Sperlonga nell'agosto del 1959.
Cy Twombly fotografato dalla baronessa Tatiana Franchetti a Sperlonga nell’agosto del 1959.

La fortuna critica di Twombly in un certo senso ha fatto seguito alla sua affermazione commerciale. Per partire da una banalità, notavo che Giulio Carlo Argan, nel suo “classico” L’arte moderna 1770/1970 (1970), pur parlando ampiamente dell’arte statunitense degli anni Cinquanta e Sessanta, non nomina neanche Twombly; Achille Bonito Oliva, nell’“appendice” all’Argan L’arte fino al 2000 (1990), lo cita molto fugacemente, e anche la Garzantina dell’Arte del 1986 gli dedica una voce di appena sette righe. La prima retrospettiva di Twombly in effetti ebbe luogo nel 1968 al Milwaukee Art Museum, la seconda undici anni dopo al Whitney di New York; solo dai tardi anni Ottanta, poi, Twombly ha iniziato ad essere conteso da musei e istituzioni europee. Nel frattempo, il pittore, dopo aver collaborato con la galleria di Leo Castelli, era passato nella scuderia di Larry Gagosian. E nel 1990 Christie’s batté una delle sue Blackboard del 1971 a 5,5 milioni di dollari: fu la prima di una serie trionfale di affermazioni in asta, culminate nei record puntualmente superati di anno in anno, dall’Untitled del 1967 battuto ancora da Christie’s a New York nel 2011 per 15,2 milioni di dollari all’attuale primato stabilito sempre a New York da Sotheby’s nel novembre 2015 con Untitled (New York City) del 1968 battuto a 70,5 milioni di dollari. Nel 2011, inoltre, il MoMA aveva acquisito nove lavori del pittore per una cifra vicina ai 75 milioni di dollari.  Nel frattempo, fioccavano i riconoscimenti istituzionali: dal Praemium Imperiale giapponese del 1996 al Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2001…

 Cy Twombly - Untitled (New York City), 1968
Cy Twombly – Untitled (New York City), 1968. Quest’opera è stata battuta da da Sotheby’s nel novembre 2015 a 70,5 milioni di dollari, stabilendo l’attuale record d’asta dell’artista.

La retrospettiva del Pompidou fa cardine su tre importanti cicli di opere: Nine Discourses on Commodus del 1963, Fifty Days at Iliam, 1978 e Coronation of Sesostris del 2000. Proprio l’esibizione dei Nove discorsi… presso la Leo Castelli Gallery a New York nel 1964 ricevette una feroce critica da parte di Donald Judd (!) che scrisse: «Pochi schizzi e sgocciolamenti e un’occasionale linea di matita: non c’è nulla in questi quadri» (e si parla in realtà di opere con una maggiore tensione materica rispetto al grafismo “classico” di Twombly). Pierre Restany, invece, aveva presentato così l’artista in una mostra parigina del 1961: «Il suo grafismo è poesia, reportage, gesto furtivo, sfogo sessuale, scrittura automatica, affermazione di sé e anche rifiuto. Pieno d’ambiguità, come la vita stessa, catturato negli angoli dei muri, nei cortili di scuola, nei frontoni dei monumenti. Quando Twombly scrive, ed è qui il miracolo, non vi è sintassi né logica, ma un brivido dell’essere, un mormorio che va fino al fondo delle cose».

Cy Twombly - Quattro Stagioni, 1993-1995
Cy Twombly – Quattro Stagioni, 1993-1995

Certo, Twombly ha inventato quel segno, quel grafismo (con una tecnica peculiare, che utilizzava pitture industriali assieme a matita, pastelli e pastelli a cera) che sono diventati il suo inconfondibile stile; per la sua pittura si è anche parlato di “simbolismo romantico”, e l’artista ha spesso citato poeti come Keats, Rilke e Mallarmé quali fonti d’ispirazione della sua opera, ma certamente la più importante tradizione letterario-artistica dichiaratamente presente nella sua pittura è quella classica greco-romana, soprattutto in chiave mitica ed epica. Ma, al di là delle fonti dichiarate, vi è vera profondità? I quadri di Twombly sembrano rimanere in superficie, pura calligrafia (o meglio: pura grafia, visto che i segni spesso non si preoccupano di essere belli) che — con buona pace di Restany — non sembra dischiudere dimensioni ulteriori. Se c’è concettualismo è certo ben nascosto, nonostante i colti richiami culturali, e anzi i tentativi in chiave puramente minimalista-concettuale fatti da Twombly tra il 1966 e il 1968 e presenti al Pompidou (come Problem I, II, III o Treatise on the veil) sono francamente imbarazzanti per la loro goffaggine (non a caso, forse, l’artista tornò subito alla sua pittura più caratteristica).

Cy Twombly - Problem I, II, III, 1966
Cy Twombly – Problem I, II, III, 1966

In Twombly l’impatto emotivo del segno non arriva a esprimere fino in fondo l’energia del gesto, come in Kline; lo scavo nell’interiorità rimane più prospettato che rappresentato, a differenza ad esempio delle velature di Rothko; il grafismo primitivo-infantile sembra a volte farsi vezzo pretenzioso (interessante il fatto che i bambini presenti al Pompidou sembrassero in genere piuttosto infastiditi dai quadri di Twombly). Rimane quindi la possibilità di una semplice contemplazione estetica, e forse la chiave per entrare nel mondo di Cy Twombly non è né più né meno che quella. In questo senso chi scrive può proporre una sua scelta, tra le opere della retrospettiva del Pompidou, con un giudizio  assolutamente personale, senza alcun appoggio — diciamo così — scientifico, ammesso che nel gusto (o anche nella critica d’arte) possa davvero esserci scientificità, al di fuori delle annotazioni  storiche e tecniche. Segnalo quindi, senza esitazioni, uno dei Nini’s Painting del 1971 (quello proveniente dal Museo di Basilea), le Quattro Stagioni: Primavera, Estate, Autunno, Inverno del 1993-1995 (ovvero dopo il recupero, da parte di Twombly, di una certa matericità della pittura, a partire dalla fine degli anni Ottanta), Sans titre (Gaeta) del 2007, e anche le due foto del figlio Alessandro del 1965.

Cy Twombly - Nini's Painting, 1971
Cy Twombly – Nini’s Painting, 1971

Un’ultima annotazione: come in molta pittura del secondo dopoguerra, le dimensioni monumentali delle tele danno a volte l’idea di supplire con l’“effetto gigantismo” a una mancanza di vera sostanza (un semiologo direbbe che si tratta di compensazione della perdita di forza semantica del segno, paradossalmente). È in effetti un fenomeno molto comune nella pittura contemporanea, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, certo avallato oggi anche dal mercato, visto che parte della quotazione di un’opera dipende dalle sue dimensioni. In ogni caso la mostra è esauriente e ben allestita, e appagherà sicuramente gli amanti di Cy Twombly. Chi scrive, rimane prigioniero del suo scetticismo.

Sandro Naglia
Sandro Naglia
Nato nel 1965, Sandro Naglia è musicista di professione e collezionista d’arte con un interesse spiccato per gli astrattisti italiani nati nei primi decenni del Novecento e per quelle correnti in qualche modo legate al Pop in senso lato (Scuola di Piazza del Popolo, Nouveau Réalisme ecc.).
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